Prima o poi, per tutti noi, arriva sempre il momento della consapevolezza,
il momento dove, con sufficiente chiarezza, viene dipanato per un attimo quel coacervo - spesso
confuso - di volontà, di desideri, di speranze, di aspirazioni e di sogni che
alimentano e sostengono quello che io - noi - chiamiamo vita. In quell'attimo supremo
di perfetta introspezione diveniamo dunque spettatori di ciò che potremmo
chiamare "vita interiore", spettatori di quel motore instancabile origine
dei nostri pensieri e delle nostre azioni.
A volte, guardando con attenzione a quello che sembra il "buco nero" dell'Io, mi
capita di provare paura; se talvolta, infatti, esso mi appare come un mare tranquillo
dove ci si può abbandonare con la sicura certezza di essere cullati dalle sue
onde, altre volte assomiglia più ad un mare in tempesta che atterrisce e non perdona
chi gli si abbandona fiducioso.
Questo Io - lo sappiamo bene ormai - è quel dono prezioso che ci nobilita ma, allo
stesso tempo, è pure quel pesante fardello - la nostra croce? - che ci rende spesso
così vulnerabili e fragili… e così soli. Ma, alla fine, sia benedetta
questa solitudine se anche in essa posso percepire, sentire e dire (come forse nessun'altra
creatura dell'universo potrebbe fare) ti amo.
Sully
Un evento orribile è accaduto tanto, tanto tempo fa,
ed è sepolto nella memoria, o se ne tace:
un peccato originale fondato sulla «colpa»
non di aver commesso un crimine,
ma di averlo subìto, di esserne vittima.
Quirino Principe

C'era una volta una regina orgogliosa,
d'incomparabile beltà;
nessun cavaliere ebbe da lei favore,
tutti disdegnò senza pietà.
Meravigliosa donna,
per chi fiorisce, ahimè, la tua dolce persona?
Nel bosco cresceva un fiore rosso,
bello come la regina;
il cavaliere che lo trovasse
avrebbe conquistato la dama.
Ahimè, superba Maestà,
quando il tuo orgoglio s'infrangerà?
Due fratelli entrarono nel bosco:
desideravano cercare il fiore.
Uno era bello e d'animo gentile,
l'altro invidioso, tetro denigratore.
O cavaliere, cavaliere fosco,
getta via la tua invidia e il tuo rancore!
Quando si furono inoltrati un tratto,
si divisero, ciascuno il suo sentiero.
E allora fu tutto un cercare affannoso
per la foresta e la brughiera.
Cavalieri che correte in fretta e in ansietà,
chi di voi due il fiore troverà?
Il più giovane fruga bosco e prato,
ma non a lungo: da poco si è mosso,
e già scorge da lungi, presso un salice,
spuntare dal terreno il fiore rosso.
Già al nastro del cappello l'ha infilato,
e a riposar sull'erba si è adagiato.
L'altro percorre la valle scoscesa,
invano prati e lande tenta e prova.
Quando la sera finalmente è scesa,
presso il salice verde si ritrova.
Oh, guai a chi egli vede dormir là, guai a quello
col fior nel nastro verde del cappello!
Amabile usignolo, pettirosso,
nascosti dietro i rami,
mi par che l'infelice cavaliere
destar vogliate coi vostri richiami.
Tu, fiore rosso, che dal cappello pendi,
tu come sangue brilli e risplendi.
L'occhio lampeggia di crudele gioia,
e quel lampo non mente;
spada d'acciaio gli balena al fianco,
già l'ha sguainata velocemente.
Il fratello maggiore sotto il salice ride,
il fratello minore come in sogno sorride.
Fiori, perché la rugiada ora pesa di più?
A me ciascun di voi par di lacrime gonfio.
Venti, perché così tristi spirate da laggiù?
Che vuol dire il vostro bisbiglio e il vostro soffio?
«Nel bosco, sul prato verde,
un vecchio salice si erge.»
Accanto al salice, fra ombrosi abeti,
fremono l'ali di civette e corvi.
Là giace in terra un biondo cavaliere:
sotto le foglie e i fiori egli è sepolto.
È un luogo profumato, pien d'incanto:
par che attraverso l'aria vaghi un pianto.
Che pena, che pena!
Qui un menestrello un bel giorno arrivò:
biancheggiar vide un ossicino, e, incauto,
lo prese, e come canna lo intagliò,
poiché pensò di fabbricarsi un flauto.
O menestrello, caro mio giullare,
oh, come sarà strano il tuo suonare!
Che pena, ahimè! Che pena!
Porta il flauto alla bocca il menestrello,
e trae da esso un suono forte e chiaro.
Prodigio e meraviglia! Ecco, da quello
esce uno strano canto, strano e amaro.
È un suono triste, ma di tale incanto,
che chi lo ascolta si strugge di pianto.
Che pena, che pena!
«Mio giullare, mio caro menestrello,
ascolta come accuso e grido forte:
per un fior colorato, mio fratello,
ah, mi ha colpito, mi ha ferito a morte.
Nel bosco, il giovane mio corpo sbianca;
mio fratello un'ardente sposa abbraccia!
Che pena, che pena! Ahimè!»
Vaga per mari e monti il suonatore,
e ovunque il flauto di suonar s'ingegna.
«Su, buona gente, dite, per favore,
questo mio canto, a voi, che cosa insegna?
Salir devo alla sala gloriosa
del re, dov'è del re la bella sposa!»
Che pena, ahimè! Che pena!
Sull'alta roccia lampeggia il maniero,
e corni e trombe squillano sonori:
là siedon gli animosi cavalieri,
le dame con monili e lucidi ori.
Che cos'è il giubilante e lieto suono?
Perché risplende la sala del trono?
O gioia, evviva! O gioia!
«E sai dirmi perché tanto tripudio?»
«Posso ben dirti quel che ci commosse:
in questo dì la regina conclude
col cavaliere giovane le nozze.»
Dall'altro guarda la regina, altera:
ma oggi spezza il suo orgoglio il cavaliere!
O gioia, evviva! O gioia!
Perché pallido e muto il re si mostra?
Perché gli inni di giubilo non sente?
Vede gli ospiti, altera e ricca chiostra?
Della regina la bellezza ardente?
Perché si mostra il re pallido e muto?
Qual pensiero nel capo gli è venuto?
Un menestrello è entrato per la porta!
Chi è il menestrello? Uomo di qual sorta?
Che pena, che pena! Ahimè!
«Mio giullare, mio caro menestrello,
ascolta come accuso e grido forte:
per un fior colorato, mio fratello,
ah, mi ha colpito, mi ha ferito a morte.
Nel bosco, il giovane mio corpo sbianca;
mio fratello un'ardente sposa abbraccia!»
Che pena, ahimè! Che pena!
Balza il re dal suo trono, ed all'esterno
guarda, scrutando la nuzial riunione;
afferra il flauto, e, con un empio scherno,
egli stesso alla bocca se lo pone.
Orrore, quel che adesso suonò forte!
Avete udito la storia di morte?
«O fratello mio caro, tu crudele
a morte mi hai colpito, e tu lo sai:
ora suoni con l'osso del mio scheletro,
ed in eterno la mia accusa udrai.
La giovane mia vita tu hai distrutto:
perché l'hai consegnata a morte e a lutto?»
Nel bosco, il giovane mio corpo sbianca;
mio fratello un'ardente sposa abbraccia!
Che pena, ahimè! Che pena!
Vien meno e giace a terra la regina.
Timpani e corni tacciono: una folla
di cavalieri e dame fugge via,
le antiche mura del castello crollano.
Cade nel buio la sala del re.
E il banchetto di nozze ormai dov'è?
Oh, che pena!
Gustav Mahler: Das Klagende Lied
(Traduzione dal tedesco di Quirino Principe)
Ho aperto un vecchio diario (un diario mai utilizzato) nella remota speranza che un
foglio bianco mi aiuti a strappare brandelli di vita che non riesco più, da
troppo tempo, a ricomporre nella mia mente. Ho paura di perdere me stesso se non
riuscirò a fissare sulla carta quel profumo che ho sentito, quel vento che
mi ha accarezzato le spalle, quelle parole non dette e ricacciate in fondo, quelle
lacrime che non ho versato, quella solitudine che sempre mi ha accompagnato nelle
scelte coraggiose o vili della vita.
Quando non scrivo, allora leggo; e se non leggo, allora penso: e così, da
sempre, la mia vita corre lungo i fragili dendriti e assoni di neuroni che oggi ci
sono, ma domani chissà! Basta così poco per non ricordare più, per
dimenticare e per smarrire se stessi. E non voglio che questo accada… non
prima, almeno, di aver tentato di infondere su questi fogli quella "vita della
mente", quel barlume di ciò che sono o che
ho sempre creduto di essere.
Sully

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancóra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebbro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vólti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.
Gabriele d'Annunzio. Da "Alcyone", 1902
Un meritato periodo di riposo dove il "dolce far niente" non crei il minimo
accenno di ansia né sensi di colpa: questo è ciò che sto
assaporando in questi ultimi giorni di agosto e di un'estate un pò pazzerella.
Tra poco i bimbi ritorneranno a scuola e con loro mia figlia e mia moglie mentre
io riprenderò a rivedere quei soliti vecchi
brontoloni, aggrappati - quasi avvinghiati - ai soliti problemi e alle speranze di sempre.
Ma ho qualche giorno ancora per alzarmi un pò più tardi e farmi viziare un
pochino con una deliziosa colazione a letto mentre ascolto - con l'amore di
papà - mia figlia cantare. Poi un buon libro e una sedia in
terrazzo, e tante emozioni da vivere.
Siamo tornati da poco, tornati da un piccolo viaggio in Austria durato appena quattro
giorni; niente di particolarmente straordinario, in realtà, che debba essere
ricordato se non la piacevolezza di un clima fresco anche quando qui, in Italia, l'afa
e il caldo si fanno particolarmente sentire. Però, oggi pomeriggio, mentre stavo
leggendo un passo dell'ultimo libro di David Lodge (è la prima volta che leggo
questo autore inglese) mi sono ricordato di un pensiero avuto mentre leggevo le iscrizioni
mortuarie nel cimitero attorniante la chiesa di un paesino - Maria Worth - che si tuffa
sul Worthersee, il lago più esteso della Carinzia e dell'Austria. In effetti
ciò che è successo veramente lì, sopra il colle che chiude la
penisola ospitante la piccola chiesa cattolica e la gemella chiesa evangelica, è stato
di vivere in prima persona un'esperienza letteraria. Sì, letteraria
appunto, perché leggendo quei nomi a me sconosciuti e calpestando e vedendo
tutto ciò che loro hanno visto durante la loro vita mi sono ritornate in mente
le stupende parole di Antonia Byatt incise sulla lapide, in pietra calcarea, di un suo
personaggio letterario: la poetessa Christabel Lamotte.
Così dice l'iscrizione:
Finiti i mortali affanni
lasciatemi giacere tranquilla
là dove il vento incalza e corrono le nuvole
sulla cima del colle
là dove mille bocche d'erbe assetate
si nutrono
di lenta rugiada e di pioggia sferzante
del manto di neve che si dissolve poi
soave volontà del cielo assecondando.
Sully
Una pudicizia quasi offensiva
riveste la tua nudità ascetica,
come in un desolato giardino
d'inverno.
Sully
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