Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Dante (Inferno, V 103-105)

Benedetto sia 'l giorno, e 'l mese, et l'anno,
et la stagione, e 'l tempo, et l'ora, e 'l punto,
e 'l bel paese, e 'l loco ov'io fui giunto
da' duo begli occhi che legato m'ànno;
et benedetto il primo dolce affanno
ch'i' ebbi ad esser con Amor congiunto,
et l'arco, et le saette ond'i' fui punto,
et le piaghe che 'nfin al cor mi vanno.
Benedette le voci tante ch'io
chiamando il nome de mia Donna ò sparte,
e i sospiri, et le lagrime, e 'l desio;
et benedette sian tutte le carte
ov'io fama l'acquisto, e 'l pensier mio,
ch'è sol di lei, sì ch'altra non v'à parte.
Francesco Petrarca (Canzoniere, sonetto LXI)
Il silenzio e la solitudine. Due aspetti, due situazioni che inducono
a riflettere, a scrivere.
Ritagli di spazio, luogo/tempo, per creare quello stato in cui la penna scorre sul foglio
leggera e fluida. Senza intoppi ed incertezze, i pensieri elaborati dalla mente vengono
immediatamente e indelebilmente fissati con l'inchiostro. È una simbiosi mente/braccio,
priva di passaggi intermedi, diretta.
Dovrei cercare di rendere più frequenti questi momenti di solitudine e silenzio, per
vedere se uscirebbero più riflessioni, o semplicemente se arriverebbero ad una
profondità diversa, e quindi ad un diverso rapporto con me stesso.
Al termine della scrittura di questi brevi pensieri ho una sensazione di benessere, di leggerezza.
Se imparassi ad essere più costante e regolare potrei toccare per iscritto argomenti ai quali
dedico solo spazio mentale, senza riuscire mai ad esplorarli. Già, perché scrivere
significa anche rileggere, modificare, correggere, apportare variazioni critiche o anche
rivalutare, dopo giorni o mesi, ripartendo da un punto ben definito e non daccapo.
Scrivere è leggere, è uno scambio anche muto, che può trovare consenso
o avversione, ma è comunicazione.
A volte, giocando con la fantasia, immagino che questa comunicazione si evolva da scritta
a mentale, un dialogo di pensieri, rapido e immediato, senza lo scritto a fare da tramite.
Immagino che i rapporti si potrebbero moltiplicare, molti formalismi eliminare, ed anche spazi
oggi necessari, come questo sito che mi accoglie come un porto che ospita un natante, non
avrebbero ragione di esistere.
Dai Sullivan non fare quella faccia, ma prova ad immaginare le tue aspirazioni non
più incatenate tra caratteri "arial" o "book antiqua", ma che
volano nell'aria secondo codici misteriosi, però leggibili da tutti!
Un sogno incredibile non trovi?
Sembra giocare, e divertirsi con la fantasia il nostro amico Robin mentre ci porta
con lui - nei suoi brevi voli pindarici - tra stelle - dove evidentemente è la sua
casa - e spazi siderali, nel silenzio… quegli spazi e quel silenzio dove la parola - nella
sua primigenia freschezza - suscita ancora stupore, desiderio, passione.
E quasi senza rendercene conto ci ritroviamo a camminare tra i sogni che quelle stesse parole
suscitano, tra le emozioni di giovinezza che ritenevamo ormai morte, perdute. E ancora - nel
suo linguaggio così gentile - Robin ci parla anche di codici misteriosi - ma ugualmente
comprensibili da tutti - che renderebbero possibile una qualche forma evoluta di comunicazione,
liberandoci per sempre dalle pastoie di un testo pensato, scritto e poi condiviso
attraverso la lettura. Un sogno incredibile questo, davvero!, e affascinante.
Ma ciò che più conta, ciò che veramente importa, non è tanto il mezzo usato - un testo, o qualunque altra forma di condivisione del pensiero in un futuro tutto ancora da inventare; quello che più conta, dicevo, è che lo scopo supremo di ogni comunicazione venga, alla fine, raggiunto: con la nascita, cioè, di un dialogo.
Sully
Una fredda serata invernale. Girare per la città sul motoretto.
Al buio, col freddo, tutto assume un'atmosfera diversa, magica, ovattata. Attorno alla Chiesa
di S. Maria in Traspontina, spiccioli di passanti che entrano in fretta, per togliersi
dal gelo della notte. All'interno c'è affollamento, praticamente tutti i banchi sono
occupati da persone giunte per ascoltare il concerto di musiche di Vivaldi.
Riusciamo a sistemarci in un posto un po' defilato rispetto all'orchestra e al coro, siamo laterali.
La bellezza del luogo è notevole, e contribuisce alla riuscita dei suoni e delle parole.
I suoni e le parole si fondono salendo verso l'alto, verso la cupola e poi si rovesciano sugli
ascoltatori, abbracciando e rivestendo ogni corpo, ogni entità.
Ascoltare ad occhi chiusi rende ancora di più l'unione con il luogo, l'incanto aumenta, lo
spirito si inebria, l'effetto è pura magia. Le acrobazie delle voci giungono dentro
ciascuno di noi, facendo vibrare gli animi di sensazioni ineffabili, di emozioni
indescrivibili ma reali.
Si raggiunge il culmine con un bis che unisce le belle voci del coro con quelle dei presenti, in un
canto natalizio cristiano, la comunione di animi è assoluta.
Sono sereno.
Il focolare, la luce angusta d'una lampada;
il fantasticare con un dito contro la tempia,
gli occhi che si perdono nelle amate pupille;
l'ora del tè fumante e dei libri richiusi;
la dolcezza di sentire la fine della sera;
la stanchezza incantevole e l'adorata attesa
dell'ombra nunziale e della dolce notte,
oh! tutto ciò il mio desiderio sognante insegue
senza soste, tra mille vane promesse,
impaziente per mesi, furioso per settimane!
Paul Verlaine
Nuotando tra pensieri sparsi nella mente, il corpo viaggia autonomo, quasi
meccanicamente.
La mente rimbalza tra quella deliziosa sala cinematografica di ieri sera, "Azzurro
Scipioni", così accogliente con le foto di personaggi famosi del cinema alle
pareti, disegni su tavoli addossati ad una parete laterale, pizze cinematografiche sotto
i tavoli, macchine da proiezione, un pianoforte ed un bancone da bistrot, il tutto su uno
sfondo azzurro come vuole il nome.
E la mente rimbalza a "Cantando dietro i paraventi" di Olmi, e a come siamo
stati vicini, abbracciati, teneri e innamorati, per tutto lo svolgimento del film.
E rimbalza alla curiosità di sapere cosa sarà, tra sei mesi, della meditazione
appena intrapresa.
Intanto le gambe continuano ad agitare i pedali della bici con ritmo flemmatico
e distaccato, nonostante l'ascesa si sia fatta leggermente impegnativa.
Mi affianca e supera un vero ciclista, incitandomi con un "più agile,
più agile!" a cambiare il rapporto.
Gli occhi lo guardano interdetti, il cervello sorpreso si ricollega al corpo e segue
il suggerimento. La concentrazione si sposta sullo sforzo, il ritmo aumenta, la
pedalata si intensifica e il ciclista oramai lontano si immobilizza.
Siamo come sospesi nello spazio, la distanza resta immutata, il mio impegno mi blocca
insieme a lui. La salita si scioglie in un tratto piano, lo sforzo si allenta
e la mente riprende a vagare, abbandonando l'involucro al suo destino sulla bici.
Attraverso un paese, e subito un altro, mi affianca e supera il ciclista di prima, mi chiede
se va tutto bene, assentisco ringraziandolo.
Lui fugge rapido e veloce nel suo esercizio fisico, io resto indietro, riprendendo
a nuotare tra pensieri sparsi nella mente.
Che strana sensazione quella di sedere davanti a un monitor sapendo, in anticipo, che tutto ciò che si sta scrivendo – ogni pensiero, ogni più intima e delicata emozione – domani sarà lì, nel web, indifeso e fragile, alla mercè di chiunque sia un tantino curioso per fermarsi quanto basta per dare un'occhiata, per fissare lo sguardo in quei moti dell'animo che più ci caratterizzano e che ci rendono così unici, così diversi da ogni altro… e così interessanti.

Non so chi o cosa mi abbia svegliato stamane; forse lo sferragliare di un treno che percepisco in lontananza o il rumore che, subito dopo, avverto provenire dalla strada: è giorno di raccolta della carta. Giornali e riviste, immagini e parole che non ci è parso utile conservare, fiumi d'inchiostro di un tempo ormai passato, di un tempo che ha già detto tutto ciò che doveva dire. La stessa fine che toccherà, forse, a questo foglio sul quale ora scrivo…
Ma è ancora troppo presto; resta una buona mezzora per godermi il
calduccio delle coperte, prima di alzarmi e di affrontare una nuova giornata. Sono quasi felice.
Ricordo che da piccolo posizionavo la sveglia in modo tale da assaporare proprio quei dolci momenti
che solo un risveglio graduale sa donare: quegli attimi dove la coscienza rivendica i propri
diritti, quegli attimi che non ho mai permesso a nessuno di rubarmi.
Ma quello che a volte succede stamattina è successo: mi sono riaddormentato.
Mezzoretta di sonno o, meglio, di quel dormiveglia dove la coscienza fluttua in un limbo
popolato di sogni, di quei sogni cha lasciano tracce profonde… profonde proprio
perché si ricordano. Al risveglio, infatti, l'esperienza onirica risulta essere
così vicina, e così tangibile, che ti sembra ancora di fluttuare – impotente
e incredulo – tra le sue spire. Perché non sempre sono bei sogni quelli che facciamo!
Quello che vediamo ogni giorno in tv, o che ascoltiamo per radio, ci conferma quanto sia grande la
capacità di adattamento dell'essere umano, e quanto grande sia – nonostante le
avversità – il suo desiderio di una vita normale, di una vita da vivere, di una
vita che sia degna. Ma se questo succede nello stato di veglia, non sempre è così quando
si sogna. Mentre si sta sognando ogni difesa sembra sparire e, con essa, quelle armature che abbiamo
imparato così bene a indossare per salvaguardarci, per preservare quel po' di
serenità che ci permette di guardare avanti con fiducia senza perdere mai la speranza.
Ma nei sogni, ahimé, ritorniamo a essere ancora soli con noi stessi, ritorniamo a essere
piccoli e indifesi, talora irrazionali come fanciulli, riscoprendo di essere bisognosi di
protezione, bisognosi di sicurezze.
Ora però, ora che sono del tutto sveglio, le paure provate un attimo prima – così vere, così reali, così dolorose – sembrano essersi del tutto dileguate. E poco importa se lì fuori uno spesso muro di nebbia – che metaforicamente assomiglia fin troppo a quell'angoscia che fino a un attimo fa mi afferrava stretto senza voler dar segno di lasciarmi – impedisce quasi al sole di sorgere; non importa davvero!… un sorriso ormai è spuntato.
Sully
Dove senza di me la mia luce agli occhi inquieti s'asconde
e non permette di farsi scorgere al guardo mio?
Tutto io vedo ad un tempo: il cielo, i fiumi, la terra;
ma quando non ti vedo, ogni cosa mi sembra poco.
Anche se appare terso il cielo, fuggita ogni nuvola,
quando a me ti nascondi, il giorno è senza sole.
Ma, prego, la ruota veloce il giro del tempo conduca,
e divenendo brevi, vogliano i giorni affrettarsi.
Sia questo l'accordo mio e delle sante sorelle:
che tu col volto conforti coloro che stringi d'amore.
Venanzio Fortunato (VI sec)
S'amor non è, che dunque è quel ch'io sento?
Ma s'egli è amor, per Dio, che cosa et quale?
Se bona, ond'è l'effecto aspro mortale?
Se ria, ond'è sì dolce ogni tormento?
S'a mia voglia ardo, ond'è 'l pianto e lamento?
S'a mal mio grado, il lamentar che vale?
O viva morte, o dilectoso male,
come puoi tanto in me, s'io no 'l consento?
Et s'io 'l consento, a gran torto mi doglio.
Fra sì contrari venti in frale barca
mi trovo in alto mar, senza governo,
sì lieve di saver, d'error sì carca,
ch'i' medesmo non so quel ch'io mi voglio;
e tremo a mezza state, ardendo il verno.
Francesco Petrarca (Canzoniere, sonetto CXXXII)
Eccomi qui, in ambulatorio, in un momento di calma.
C'è silenzio, un silenzio che la ventola del pc non fa che evidenziare ed accentuare.
Fuori, un cielo variegato da una miriade di colori che vanno dal rosso acceso al
giallo-arancio; più lontano, invece, nuvole grigie cariche di pioggia
avanzano minacciose, come se volessero rubare spazio a questo sole nascente.
Fa freddo. Sulla strada poche auto e qualche frettoloso passante; e nessun bambino.
A parte questo cielo d'inverno, così puro – e
così limpido – quando ha la bontà di mostrarci il suo volto, ho un
desiderio immenso di nuovi spazi e di nuovi colori, un desiderio di nuovi profumi e di nuovi
odori; un desiderio di magia!
Ma quanto... quanto dovrò aspettare ancora?
Sully
Qui conta come Narcis s'innamorò de l'ombra sua.
Narcis fu molto buono e bellissimo cavaliere. Un giorno avenne ch'elli si
riposava sopra una bellissima fontana, e dentro l'acqua vide l'ombra sua molto bellissima.
E cominciò a riguardarla, e rallegravasi sopra alla fonte, e l'ombra sua facea lo
simigliante. E così credeva che quella ombra avesse vita, che istesse
nell'acqua, e non si accorgea che fosse l'ombra sua. Cominciò ad amare
e a innamorare sì forte, che la volle pigliare. E l'acqua si turbò; l'ombra
spario; ond'elli incominciò a piangere. E l'acqua schiarando, vide l'ombra
che piangea. Allora elli si lasciò cadere ne la fontana, sicché anegò.
Il tempo era di primavera; donne si veniano a diportare alla fontana; videro il bello Narcis affogato. Con grandissimo pianto lo trassero della fonte, e così ritto l'appoggiaro alle sponde; onde dinanzi allo dio d'amore andò la novella. Onde lo dio d'amore ne fece nobilissimo mandorlo, molto verde e molto bene stante, e fu ed è il primo albero che prima fa frutto e rinnovella amore.
Da il "Novellino" (Cento novelle del XIII sec)
Pomeriggio inoltrato. Nevica ormai da qualche ora… e il paesaggio ne è come trasformato. Sulla via qualche donna anziana si rabbercia la fronte come può usando, come copricapo, quel velo che evidentemente è ancora in uso nella funzione domenicale. Qua e là sparuti gruppi di passerotti saltellano irrequieti sui marciapiedi dimenticando l'abituale prudenza dei giorni migliori, di quei giorni quando il cibo non rappresenta un problema.
Un uomo osserva la vita da dietro una finestra. Non è possibile vederne
il volto, ma la sua silhouette viene come scolpita dai bagliori rossastri di un fuoco vivace
che, di certo, arde nel camino. Non un rumore giù in strada, ma lo stesso so che
quella stanza è tiepida e accogliente, intrisa di quel profumo di legna che ricordo
sin dall'infanzia, quel profumo penetrante che parla di cose semplici, di pane, e di mele
cotte al forno, di latte appena munto e di quei biscotti che la nonna non dimenticava mai
di preparare quando andavo a trovarla.
Prestando orecchie a quella nera immagine - materializzatasi davanti ai miei occhi - sento
la voce di una donna che chiama per nome una ragazza - voce soave e piena di tenerezza, voce
senza rimprovero, voce amica - che sembra non voglia saperne di fare i compiti. E ride, la
fanciulla, mentre continua a giocare, spensierata. Ma di lì a poco - come le voci
un attimo prima - anche l'ombra alla finestra scompare; una tenda si è chiusa, quasi
a voler proteggere quel mondo fatto di sguardi, di affinità, di premure… quel
mondo che è sicurezza, che è senso di identità e di appartenenza
per ognuno di noi.
Sully
Dove finisce la strada ha inizio il lungo sentiero che conduce su in
alto, fino al bosco di querce. Isole di neve, qua e là, biancheggiano ancora
i fianchi del monte, nonostante il disgelo.
Un grande albero di giuggiole troneggia davanti alla casa. Suono alla porta.
Un'anziana signora, dopo qualche attimo di esitazione, mi invita ad entrare ritrovando
quel sorriso triste che ancora ricordo dall'ultima volta, quattro anni fa, quando ho
fatto loro visita. L'atrio è freddo e le vecchie mura di sasso trasudano
umidità. Ci trasferiamo in fretta in cucina dove il gradevole tepore di un fuoco
a legna ci accoglie. Lì, a capotavola, siede Lino intento a guardare la tv.
Anche lui, vedendomi, sfodera quel sorriso semplice e cordiale che ti fa sentire
come se fossi a casa tua. Soffre da tempo di una grave forma di artrosi alle anche
che non gli permette di camminare se non sostenendosi ai manici di una carriola da
muratore; soldi per un paio di stampelle, evidentemente, non se ne trovano, e poi
rappresenterebbero un lusso per chi non può permettersi nemmeno
il riscaldamento, o il telefono. Accetto un succo di frutta.
Racconto loro ciò che desiderano sapere di me e - soprattutto - ascolto
ciò che di loro vogliono farmi sapere. Non sono marito e moglie, ma fratelli.
L'altro fratello più giovane non lo si trova quasi mai
a casa; è più facile vederlo, infatti, ai crocicchi delle
strade, in qualche piazzetta cittadina o in prossimità di una fiera di paese.
Fa l'ambulante di materiali di consumo: lupini, castagne, noci, dolciumi, granite… quello
che capita, insomma, a seconda della stagione. Per spostarsi usa un carretto mezzo
sgangherato a motore, di quelli a tre ruote, di quelli che fanno penare quando
te li ritrovi davanti mentre, in auto, percorri stradine di campagna.
La sorella, invece, ha sempre quell'aria abbattuta e dimessa che potrebbe essere
scambiata per ostilità; e mentre ci ascolta continua a rammendare calzini
usando quell'uovo di legno che non avevo più visto dall'infanzia.
Anche lei soffre di qualche acciacco, ma non se ne lamenta.
Lino mi racconta di come tempo addietro i "Signori del Parco", avendo
scoperto che si approvvigionavano illegalmente di legna da ardere prelevandola
dal bosco lì vicino, avevano loro imposto una multa da pagare - 500mila delle
vecchie lire - e di come sua sorella fosse riuscita, poi, a non pagarla… ma al
salato prezzo di commiserazioni e di suppliche.
E mentre mi guardo attorno - e non vedo che povertà, e mura che trasudano non soltanto umidità ma sudore e stenti - Lino, al mio fianco, continua a chiedermi se mi fermo a cena.
Sully
[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]