Chi avrebbe creduto alla nostra rivelazione?
A chi sarebbe stato manifestato il braccio del Signore?
È cresciuto come un virgulto davanti a lui
e come una radice in terra arida.
Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi,
non splendore per provare in lui diletto.
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l'iniquità di noi tutti.
Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza
né vi fosse inganno nella sua bocca.
Ma al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori.
Quando offrirà se stesso in espiazione,
vedrà una discendenza, vivrà a lungo,
si compirà per mezzo suo la volontà del Signore.
Isaia 53 (2-10)
Discorsi che sanno di giustizia;
snocciolare di principi integerrimi;
esempi di comportamenti irreprensibili.
Chiacchiere,
vuoti discorsi.
Se allunghi lo sguardo,
cogli dietro la superficie,
scenari inattesi.
Piccoli interessi,
meschini tornaconti,
argomentazioni da miope bottegaio;
il tutto
riconduce, sempre,
a se stesso.
Svesti il fustigatore
e trovi immondizia;
denuda il moralista
e affondi in un pantano putrido.
È di pochi
il coraggio di mostrare se stessi.
È di molti
la finzione di essere diversi.
Si vive una vita
nell'ansia di apparire migliori,
consapevolmente.
Si vive come
se il nostro transito
debba essere infinito, eterno.
E quando percepiamo
che dietro la curva,
potrebbe non essercene
un'altra,
diveniamo contriti,
ci pentiamo,
piangiamo la brevità
della nostra presenza.
Ci affanniamo
dietro un recupero improbabile.
Grande, vasto
si estende lo spazio dei rimpianti.
Dolce è l'assaporare
piccole gioie di ogni giorno.
Semplici gesti di solidarietà,
ripetuti con determinazione,
costanza,
riempiono il vuoto,
colmano la smania dell'insoddisfazione.
Piccole tessere insignificanti,
collegate, unite ad altre,
pure di poco conto,
creano un mosaico
di disegni insospettabili,
resistenti nel tempo,
indenni alle intemperie
della vita,
imperturbabili alle tensioni
della morte.
Sensazioni contrastanti
avvolgono come ragnatele.
Tensioni, strappi
tendono verso una direzione;
impulsi, scatti
imboccano vie diverse.
La morte di un uomo,
simbolo religioso,
troppo dire
per non sentirne il coinvolgimento.
Il contatto con la natura,
riscoperta sorprendente
di emozioni provate,
tutto già noto,
eppur con la freschezza
di stati d'animo
che si rinnovano,
in un evolversi senza requie.
La piazza di un paese,
riti domenicali,
la messa, gli amici,
le chiacchiere al bar,
il pacchetto di dolci.
Il sole velato
con il suo tepore,
smussa l'aggressività
di una brezza che graffia
la pelle nuda.
I perché, i dubbi,
le perplessità,
le incertezze
che mi sono compagni,
mi danzano intorno,
si mostrano, pungono
e restano ignorati
dalla mia insensibilità.
CITTÀ DEL VATICANO (venerdì 8 aprile 2005)
È stato un ricordo lungo, struggente e intriso di dolore quello
che il cardinale Joseph Ratzinger ha pronunciato durante la sua omelia nella
messa per i funerali di Giovanni Paolo II.
Ecco il testo completo.

Seguimi! - dice il Signore risorto a Pietro, come Sua ultima parola a questo discepolo, scelto per pascere le sue pecore.
Seguimi! - Questa parola lapidaria di Cristo può essere considerata la chiave per comprendere il messaggio che viene dalla vita del nostro compianto ed amato Papa Giovanni Paolo II, le cui spoglie deponiamo oggi nella terra come seme d'immortalità, il cuore pieno di tristezza, ma anche di gioiosa speranza e di profonda gratitudine.
Questi sono i sentimenti del nostro animo, Fratelli e Sorelle in Cristo,
presenti in Piazza S. Pietro, nelle strade adiacenti e in diversi altri luoghi della
città di Roma, popolata in questi giorni da un'immensa folla silenziosa
ed orante. Tutti saluto cordialmente.
A nome anche del Collegio dei Cardinali desidero rivolgere il mio deferente
pensiero ai Capi di Stato, di Governo e alle delegazioni dei vari Paesi.
Saluto le Autorità e i Rappresentanti delle Chiese
e Comunità cristiane, come pure delle diverse religioni.
Saluto poi gli Arcivescovi, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, le religiose
e i fedeli tutti giunti da ogni Continente; in modo speciale i giovani, che
Giovanni Paolo II amava definire futuro e speranza della Chiesa. Il mio saluto
raggiunge, inoltre, quanti in ogni parte del mondo sono a noi uniti attraverso
la radio e la televisione in questa corale partecipazione al solenne rito di
commiato dall'amato Pontefice.
Seguimi! - Da giovane studente Karol Wojtyla era entusiasta della
letteratura, del teatro, della poesia. Lavorando in una fabbrica chimica, circondato
e minacciato dal terrore nazista, ha sentito la voce del Signore: Seguimi!
In questo contesto molto particolare cominciò a leggere libri di filosofia
e di teologia, entrò poi nel seminario clandestino creato dal Cardinale
Sapieha e dopo la guerra poté completare i suoi studi nella
facoltà teologica dell'Università Jaghellonica di Cracovia.
Tante volte nelle sue lettere ai sacerdoti e nei suoi libri autobiografici ci ha
parlato del suo sacerdozio, al quale fu ordinato il primo novembre 1946.
In questi testi interpreta il suo sacerdozio in particolare a partire da tre
parole del Signore. Innanzitutto questa: "Non voi avete scelto me, ma io
ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il
vostro frutto rimanga". La seconda parola è: "Il buon pastore
offre la vita per le pecore". E finalmente: "Come il Padre ha amato
me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore".
In queste tre parole vediamo tutta l'anima del nostro Santo Padre.
È realmente andato ovunque ed instancabilmente per portare frutto, un frutto
che rimane. "Alzatevi, andiamo!", è il titolo del suo penultimo libro.
"Alzatevi, andiamo!": con queste parole ci ha risvegliati da una fede
stanca, dal sonno dei discepoli di ieri e di oggi. "Alzatevi, andiamo!" dice
anche oggi a noi.
Il Santo Padre è stato poi sacerdote fino in fondo, perché ha
offerto la sua vita a Dio per le sue pecore e per l'intera famiglia umana, in una
donazione quotidiana al servizio della Chiesa e soprattutto nelle difficili prove
degli ultimi mesi. Così è diventato una sola cosa con Cristo, il
buon pastore che ama le sue pecore.
E infine "rimanete nel mio amore": Il Papa che ha cercato l'incontro con
tutti, che ha avuto una capacità di perdono e di apertura del cuore per
tutti, ci dice, anche oggi, con queste parole del Signore: "Dimorando nell'amore
di Cristo impariamo, alla scuola di Cristo, l'arte del vero amore".
Seguimi! - Nel luglio 1958 comincia per il giovane sacerdote Karol Wojtyla
una nuova tappa nel cammino con il Signore e dietro il Signore. Karol si era recato
come di solito con un gruppo di giovani appassionati di canoa ai laghi Masuri per
una vacanza da vivere insieme. Ma portava con sé una lettera che lo
invitava a presentarsi al Primate di Polonia, Cardinale Wyszynski, e poteva
indovinare lo scopo dell'incontro: la sua nomina a Vescovo ausiliare di Cracovia.
Lasciare l'insegnamento accademico, lasciare quella stimolante comunione con
i giovani, lasciare il grande agone intellettuale per conoscere ed interpretare
il mistero della creatura uomo, per rendere presente nel mondo di oggi l'interpretazione
cristiana del nostro essere - tutto ciò doveva apparirgli come un perdere se
stesso, un perdere tutto quanto era divenuto l'identità umana di
questo giovane sacerdote.
Seguimi! - Karol Wojtyla accettò, sentendo nella chiamata della
Chiesa la voce di Cristo. E si rese poi conto di quanto sia vera la parola del
Signore: "Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà, chi
invece l'avrà perduta la salverà".
Il nostro Papa - lo sappiamo tutti - non ha mai voluto salvare la propria
vita, tenerla per sé; ha voluto dare se stesso senza riserve, fino all'ultimo
momento: per Cristo... e così anche per noi. Proprio in tal modo ha potuto
sperimentare come tutto quanto aveva consegnato nelle mani del Signore è ritornato
in modo nuovo: l'amore alla parola, alla poesia, alle lettere che fu una parte essenziale
della sua missione pastorale e che ha dato nuova freschezza, nuova attualità e nuova
attrazione all'annuncio del Vangelo, proprio anche quando esso è segno di
contraddizione.
Seguimi! - Nell'ottobre 1978 il Cardinale Wojtyla ode di nuovo la voce
del Signore. Si rinnova il dialogo con Pietro riportato nel Vangelo di questa
celebrazione: "Simone di Giovanni, mi ami? Pasci le mie pecorelle!".
Alla domanda del Signore: Karol mi ami?, l'Arcivescovo di Cracovia rispose dal
profondo del suo cuore: "Signore, tu sai tutto: Tu sai che ti amo".
L'amore di Cristo fu la forza dominante nel nostro amato Santo Padre; chi lo ha visto
pregare, chi lo ha sentito predicare, lo sa. E così, grazie a questo profondo
radicamento in Cristo, ha potuto portare un peso che va oltre le forze puramente
umane: essere pastore del gregge di Cristo, della sua Chiesa universale.
Non è qui il momento di parlare dei singoli contenuti di questo
Pontificato così ricco. Vorrei solo leggere due passi della liturgia di oggi nei
quali appaiono elementi centrali del suo annuncio. Nella prima lettura dice San Pietro - e
dice il Papa con San Pietro - a noi: "In verità sto rendendomi conto
che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a
qualunque popolo appartenga, è a lui accetto". Questa è la
parola che egli ha inviato ai figli d'Israele, recando la buona novella della
pace, per mezzo di Gesù Cristo, che è Signore di tutti.
E, nella seconda lettura, San Paolo - e con San Paolo il nostro Papa
defunto - ci esorta ad alta voce: "Fratelli miei carissimi e tanto
desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete saldi nel Signore così come
avete imparato, carissimi".
Seguimi! - Insieme al mandato di pascere il suo gregge, Cristo annunciò a Pietro il suo martirio. Con questa parola conclusiva e riassuntiva del dialogo sull'amore e sul mandato di pastore universale, il Signore richiama un altro dialogo, tenuto nel contesto dell'ultima cena. Qui Gesù aveva detto: "Dove vado io voi non potete venire". Disse Pietro: "Signore, dove vai?" Gli rispose Gesù: "Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi". Gesù dalla cena va alla croce, va alla risurrezione - entra nel mistero pasquale; Pietro ancora non lo può seguire. Adesso - dopo la risurrezione - è venuto questo momento, questo «più tardi». Pascendo il gregge di Cristo, Pietro entra nel mistero pasquale, va verso la croce e la risurrezione. Il Signore lo dice con queste parole, "...quando eri più giovane... andavi dove volevi, ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". Nel primo periodo del suo pontificato il Santo Padre, ancora giovane e pieno di forze, sotto la guida di Cristo andava fino ai confini del mondo. Ma poi sempre più è entrato nella comunione delle sofferenze di Cristo, sempre più ha compreso la verità delle parole: "Un altro ti cingerà...". E proprio in questa comunione col Signore sofferente ha instancabilmente - e con rinnovata intensità - annunciato il Vangelo, il mistero dell'amore che va fino alla fine.
Egli ha interpretato per noi il mistero pasquale come mistero della divina
misericordia. Scrive nel suo ultimo libro: "Il limite imposto al
male è in definitiva la divina misericordia".
E riflettendo sull'attentato dice: "Cristo, soffrendo per tutti noi, ha
conferito un nuovo senso alla sofferenza; l'ha introdotta in una nuova
dimensione, in un nuovo ordine: quello dell'amore... È la sofferenza
che brucia e consuma il male con la fiamma dell'amore e trae anche dal peccato
una multiforme fioritura di bene". Animato da questa visione, il
Papa ha sofferto ed amato in comunione con Cristo e perciò il messaggio
della sua sofferenza e del suo silenzio è stato
così eloquente e fecondo.
Divina Misericordia: Il Santo Padre ha trovato il riflesso più puro
della misericordia di Dio nella Madre di Dio. Lui, che aveva perso in
tenera età la mamma, tanto più ha amato la Madre divina.
Ha sentito le parole del Signore crocifisso come dette proprio a lui
personalmente: "Ecco tua madre!". Ed ha fatto come il discepolo
prediletto: l'ha accolta nell'intimo del suo essere - Totus tuus.
E dalla madre ha imparato a conformarsi a Cristo.
Per tutti noi rimane indimenticabile come in questa ultima domenica di Pasqua
della sua vita, il Santo Padre, segnato dalla sofferenza, si è affacciato
ancora una volta alla finestra del Palazzo Apostolico ed un'ultima volta ha dato
la benedizione "Urbi et orbi".
Possiamo essere sicuri che il nostro amato Papa sta adesso alla finestra della casa del Padre, ci vede e ci benedice. Sì, ci benedica, Santo Padre! Noi affidiamo la tua cara anima alla Madre di Dio, tua Madre, che ti ha guidato ogni giorno e ti guiderà adesso alla gloria eterna del Suo Figlio, Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Joseph Ratzinger
Come uno schermidore
su una pedana vuota,
traccia fendenti,
affonda stoccate,
si ritrae in difesa,
incalzato
da un invisibile avversario,
per poi lanciare un attacco inaspettato,
e ancora indietreggiare
per studiare,
valutare la situazione,
cercare una strada,
indovinare una strategia,
così si dipana
una lotta notturna
con un concorrente temibile.
Madido di sudore,
le lenzuola, le coperte
prendono vita,
ti circondano,
ti risucchiano,
vortice di un gorgo
dal quale emergi,
non vittorioso,
ma consapevole
dell'inanità del confronto,
e dell'unica difesa possibile:
l'attesa.
L'attesa
di sentirsi togliere
gli artigli di dosso
e calarsi
nella quiete del sonno.
Non ricordo con precisione che giorno fosse quel giorno
d'ottobre di 27 anni fa. Ma ricordo bene che, a scuola, il
professore di religione aveva commentato con noi l'elezione del
Papa, del nuovo Papa venuto dalla Polonia. Allora eravamo
piuttosto sconvolti - anche se lo sconvolgimento era quello
di ragazzi appena diciottenni (e quindi, in una certa
misura, più "leggero") - dalla triste e breve
"parentesi" rappresentata da Papa Giovanni
Paolo I; così l'evento di quel giorno, che avrebbe assunto
per molti di noi un'importanza decisiva, passò quasi
del tutto inosservato.
Sono passati quasi 27 anni da allora: e non posso più dire
di essere un ragazzo, ma un uomo adulto che un Papa morto
costringe a ripercorrere a ritroso la strada che lo ha condotto
sin qui, alla ricerca, forse, di nuove domande, di nuove
risposte, alla ricerca di nuovi significati.
Prima o poi, nella vita di ognuno di noi, arriva sempre il
momento nel quale nasce forte l'esigenza di nuovi punti di
riferimento, di nuovi ideali, di un sistema di orientamento
valido... che non deluda; ed è proprio quest'ultimo aspetto
quello più difficile: trovare cioè quella strada che sia
solo nostra, quella strada da seguire senza mai voltarsi
indietro e sulla quale costruire - giorno dopo giorno - la
nostra vita. Ma anche così - una volta trovata la propria
via - troppo spesso capita di scoraggiarci e di provare
quella sensazione come di non farcela; perché non sempre
è facile e agevole percorrere quella via quando ai momenti
di euforia, di "estasi" e di forza interiore
subentrano la delusione, la solitudine, lo smarrimento; ed
è proprio in questi frangenti che sperimentiamo la nostra
fragilità di persone, la nostra debolezza. A questi
momenti di "oscuramento" interiore alcuni di
noi reagiscono con rabbia e orgoglio, altri con
rassegnazione... talora perdendo la speranza.
E questo succede sempre anche - e, oserei
dire, soprattutto - quando siamo consapevoli della
"bontà" delle nostre scelte.
Ma allora - viene da chiederci - perché insistere
in una strada che, per quanto buona possa essere, ci
richiede così tanti sacrifici, così tante umiliazioni?
Quello che conta in realtà, quello che ci dà forza per
andare avanti - anche attraverso le tempeste della
vita - crediamo sia soprattutto la testimonianza, l'esempio; la
testimonianza e l'esempio di persone che come noi - ma
forse più forti di noi - non vengono scoraggiate così facilmente
dalle difficili prove incontrate lungo il faticoso cammino che
porta alla realizzazione dei loro sogni. Se è vero, però, che
ci sono sogni e sogni Papa Wojtyla - ne siamo certi - ha
coronato il sogno più grande, quello dell'amore che si fa
carne, facendocelo così amare sopra ogni cosa.
Per questo - e per molto altro ancora - noi tutti
ti ringraziamo santo Padre.
Sully
[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]