Scruto l'orizzonte
alla ricerca di un me stesso.
Si ripete Diogene,
i gesti si perpetuano,
irrisolti i perché.
Scorrono i giorni,
ciò che ero
non è più,
ma l'inadeguatezza
si muove con me.
Obiettivi confusi,
agitare di fantasmi
in ambienti irreali.
E il quotidiano
si svuota di interesse,
ma non si può abbandonar la scena,
la rappresentazione prosegue,
con obblighi e doveri.
La dicotomia
tra il sono ed il vorrei
dilata lo spazio incolmabile.
Robin delle stelle
Dalla strada mal illuminata
lo sguardo cerca il mare
buio,
laggiù,
dall’alta scogliera
rischiarata dal tremolio
di un cielo
denso di stelle,
privo di luna.
Versi di uccelli,
richiami,
pianti di bimbi nell'oscurità.
Voli di berta
s'indovinano in basso,
sfiorano le nostre teste,
e piombano ancora giù
a ricercare il nido,
a deporre il pesce catturato
dentro gole urlanti.
Il rumore del mare oscuro
è sottofondo inquieto,
a quelle grida
che paiono richiesta di aiuto.
Ascoltiamo,
con occhi silenziosi
immagini comuni
di una notte d'estate.
(Ventotene, fine d'agosto)
Robin delle stelle
«Non serve niente per fare un mondo.
Della felicità e nient'altro.»
Paul Éluard

Le stelle con la loro luce vibrante lacerano la notte,
proiettando lingue dorate nel cielo scuro, come altrettanti vulcani
emersi dall'abisso. Più in basso, un tranquilllo villaggio
dalle finestre illuminate. Tutt'intorno, la massa scura della campagna
e delle colline vicine.
In quella notte del 1889, mentre lavorava alla sua tela, forse Van Gogh
avrà messo delle candele sul suo cappello, come a volte gli
capitava di fare quando l'oscurità era troppo profonda. Un
anno prima, aveva già voluto dipingere la notte, ad Arles.
In questo caso, è dal parco del manicomio dove è
stato internato, a Saint Rémy de Provence, che vuole
cogliere l'incontro delle tenebre con la luce. Quando le gioie semplici
e quotidiane ci sembrano inafferrabili, non ci resta altro che la luce
delle stelle.
A volte ci sentiamo così lontani dalla felicità
da avere la sensazione che non esista più. È da tanto tempo
che non ne percepiamo altro che l'eco lontano. Abbandonare, rinunciare?
No, quell'eco, così lontana da noi, è la prova
che la felicità esiste davvero, da qualche parte. Allora,
dobbiamo lottare. Non solo contro il mondo esterno, ma contro noi
stessi. Contro le tenebre dell'anima che salgono in noi. E,
più ancora, non dobbiamo lottare soltanto contro, ma per:
per non dimenticare la luce.
Christophe André (Dell'arte della felicità. Corbaccio, 2007)
L'arrivo,
i fremiti dell'attesa,
tasselli di un disegno
che si compone un giorno dopo l'altro,
esplode e polverizza nell'aria
e la tua figura appare,
oltre porte scorrevoli,
il passo rallentato dai bagagli.
Le tue necessità segnano i nostri giorni,
sentinelle impazienti
pronte a cogliere
ogni segnale,
embrione di richiesta
inespressa e già esaudita.
Corrono via fulminee,
solo tre settimane,
e ancora in aeroporto,
il cuore è sbriciolato.
Il distacco,
un masso bestiale,
ultimi saluti
lo zainetto si mescola e confonde,
altri distacchi,
altri zainetti,
e poi
solo il pensiero
accompagna corpi svuotati
nel tragitto verso casa.
(Il ritorno dalla Cina, la tesi sul rock, gioia, fermenti e…
di nuovo la prua verso Xiamen. Scorreranno altri mesi…)
Robin delle stelle
Il pensiero diviene fisico,
è fuori dal corpo,
esterno,
fluttua intorno a me.
Legato a un filo invisibile,
inseparabile,
si agita,
in ogni direzione
quasi a cercare una strada,
evadere,
fuggire da un confine opprimente.
Il corpo subisce la scissione,
attende smarrito,
lo spezzare del filo,
eventualità temuta
ma non ostacolata,
scenario inarrestabile
di sconosciuta realtà.
Robin delle stelle
[Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw]