L'aveva incontrato per la prima volta in un pub a Piccadilly.
Un pub strano, diverso, particolare, dove l'iscrizione fuori dalla
porta, oltre al tradizionale leone che ne completava l'effige diceva:
Spaghetti's House. Ecco perché Luisella aveva varcato quella
soglia. Non che fosse abituata a bazzicare pub a quell'ora della notte,
intendiamoci: una brava single tutta casa propria e, al massimo, casa
della vicina per i dolcetti al burro con il the delle cinque -the al
bergamotto- fiction il sabato sera e telenovela brasiliana dopo le
22.00, sul canale satellitare che suo marito aveva installato (senza
neppure chiederle il permesso) quattro giorni prima che scappasse di
casa con una sua allieva quindicenne di chimica quantica.
Chissà quante formule si raccontavano quei due, alla faccia
sua. Luisella dopo pianti, urla e isterismi femminili vari normalmente
tipici del periodo premestruale; se n'era fatta una ragione.
Già si era domandata spesso come mai Frank l'avesse sposata.
Lui, così bello coi suoi baffi di Zorro e gli occhi da
conquistatore latino (aveva origini spagnole, le aveva raccontato
durante il loro primo appuntamento), alto, uomo di successo e
professore affermato che pure due libri due aveva scritto e pubblicato
con la stessa casa editrice di Harry Potter; pensa un po'. Poco aveva
venduto poco in verità, ma pure scrittore poteva definirsi.
Ecco, questo era Frank. E lei era Luisella: origini italiane, bassa
bassa e tozza, cultura poco under ground, qualche chilo di troppo e
naso aquilino ereditato dal bisnonno greco, labbra forse troppo
pronunciate. Aveva un bel seno, questo sì. Ma proporzionato
ai chili, insomma. Avevano fatto l'amore dopo il loro primo
appuntamento e lei, che di uomini aveva conosciuto soltanto padre
contadino e fratello sfigato seguace di Marilyn Manson, magro come un
chiodo beato lui tra l'altro (forse era il colore nero a farlo sembrare
più magro) era stata con Frank una furia. Proprio
così lui le aveva detto dopo: sei stata una furia, tesoro.
Bella forza, aveva pensato Luisella. Con trent'anni di astinenza sulla
gobba anche Frà Gennaro avrebbe cominciato ad avere le
visioni.
Dunque Frank le aveva chiesto di rivederla. E lei aveva accettato. E
tra un incontro e l'altro, un rapporto e l'altro avevano deciso di
stabilizzare la loro unione, come aveva detto Frank. E bella forza: lei
gli puliva la casa, gli stirava i vestiti e gli preparava tutti i
pasti, non faceva domande sulle telefonate notturne che riceveva e a
letto era una furia. Tutto senza impegno. Insomma, la moglie perfetta.
Luisella ci aveva creduto per davvero in quell'amore; nell'amore,
credeva per davvero e nel cuore sentiva che prima o poi anche per lei
sarebbe arrivato. Era arrivato a 48 anni ma pazienza. E così
com'era venuto, come il vento, Frank se n'era andato senza neppure una
spiegazione, dimostrandosi il più grande figlio di puttana,
professore di chimica quantica e scrittore, del mondo. E sì.
Così va la vita.
Quella sera Luisella aveva deciso che le sarebbe voluta una botta, come
dire? Di vita. Per qualche ora basta con le pratiche di segreteria
dell'ufficio informatico, basta con le pizze surgelate e i pasticcini
del the delle cinque. Indossò l'abito più bello
che aveva, nero per farla sembrare più magra, e tacchi
così alti che neppure Frank l'avrebbe riconosciuta
così, allungata (diciamo slanciata) di undici centimetri. Il
locale era La flor de la noche, posto per single convinti insomma. La
sua collega di ufficio, Rita, gliene aveva parlato più volte
o meglio, le aveva detto che lì era facile abbordare e farsi
abbordare. E siccome la vita è una e siccome oggi ci siamo e
domani chissà e siccome una donna è bella quando
è innamorata e siccome… insomma, Luisella
entrò nel locale, tra luci soffuse, Frank Sinatra nell'aria,
fumo, gente e odore anzi puzzo grande, di lussuria. O almeno,
così le parve. O almeno, così sperò.
Sedette ad un tavolo, ordinò un Martini Bianco con olivetta.
Girava e rigirava l'olivetta, indecisa se ingollarla subito o meno,
quando lui si accostò, spostò la sedia, le si
sedette di fronte.
-ciao- fece lo sconosciuto. Luisella non aveva mai visto uomo
più sexi. Anche il suo Frank batteva e mi dispiace per lui
ma era proprio così: lo batteva alla grande ragazze mie.
-c…ciao- rispose Luisella e mentre gli occhi, come balle di
biliardo, slittavano alla destra di lui, alla sinistra, al centro, in
alto, in basso, ingollava finalmente l'olivetta.
Reprimette un ruttino.
L'altro sorrise.
-sei bellissima- mormorò, e in quella voce Luisella lesse
tutto tutto tutto il repertorio di circostanza: come ti chiami? Quanti
anni anni e dove vivi? Il tuo lavoro? Non ho mai incontrato una donna
come te e in passato mai, mai ho amato così. Lesse tutto
nello stesso file; in un istante.
E dunque, felice, rispose a quel "sei bellissima" con: -
sì, mi va di andare a letto con te. Subito, ora, a casa mia.
Sono una furia sai?-
-Oh- ribattè l'altro, un poco sorpreso,
-bene. Sì.-.
Uscirono dal locale e c'era una luna, ragazze mie che luna!
Luisella chiamò un taxi e, stringendogli la mano in auto, in
silenzio, si diressero all'appartamento di lei. Entrarono e nemmeno
accesero la luce, lui le strappò i vestiti di dosso, la
rovesciò sul tappeto e, mentre una scarpa saltava sul
vecchio lume ereditato dalla nonna, le mutandine sul tavolo e il
vestito da qui non lo vedo; accadde ciò che doveva accadere.
Poi, dopo, lui accese il lume.
E ciò che vide non gli piacque.
E i peli di lei, troppi troppi troppi
E le zanne
E gli… artigli? (in effetti s'era sentito graffiare
mentre…)
E così capì quanto davvero Luisella poteva essere
una furia.

Si domandava, Leila, perché Gavina uscisse sempre, dico
sempre, a quell'ora della notte.
Precisamente alle 23.35.
Alle 00.55, Gavina faceva ritorno, in silenzio così com'era
uscita.
Leila si domandava dove effettivamente andasse, cosa facesse, chi
frequentasse. E la sua curiosità quasi si faceva morbosa,
per come conosceva bene la compagna del corso d'università,
in quel di Firenze ed in quel dicembre che di dicembre poco aveva, poco
fiutava d'inverno in verità.
Un solicello tiepido e vispo, infatti, dall'inizio di ottobre aveva
scaldato tetti e cuori degli italiani, interrotto brevemente da piogge
insicure e temporali che, Gavina cincischiava preoccupata, -Nella mia
Sardegna si fanno alluvioni-.
Però, Gavina amava l'acqua.
Rimaneva ore, a cantare nenje sotto la doccia. Leila se n'era accorta,
preoccupandosene non poco. Dico, ore anche quando l'acqua da calda si
faceva prima fredda, poi naturalmente gelida. E una doccia gelida, in
un dicembre seppur scaldato da solicello allegro, non poteva
rappresentare il massimo dei comfort.
Una mattina l'aveva scorta così, come si scorge un
passerotto pallido e alla fame -Gavina tornava dalla Sardegna con forme
di pecorino e ognibendiDio che ti raccomando. Eppure aveva l'appetito
scarno di un uccellino da latte e biscotti secchi- affacciata al
terrazzotto che dava, ad angolo, su Via di Selva Candida ed il viale
dei Gigli. Nuda e magra, alta -forse stranamente troppo alta, per
essere davvero sarda- i capelli lunghi sulle scapole sporgenti lasciati
scorrere accarezzati dal vento, dalla pioggia noiosa, ritmica. Fissava,
Gavina, un punto imprecisato della sua realtà, fissava il
Dott. Cecco che, come ogni mattina alle cinque spaccate -e cascasse il
mondo se oltrepassava di un solo minuto le cinque!- portava il suo
pastore maremmano, paletta e scopina in pugno, a benedire pali e
frasche.
Forse fissava il panettiere Angioino che a quell'ora staccava un
attimo, una decina di minuti circa, per il terzo caffè della
giornata; esattamente caffè e cornetto caldo, visto che
l'Angioino teneva origini romane. Il camioncino delle guardie giurate
che passava e ripassava eppoi si fermava a prelevare dal Banco dei
Paschi di Siena, mitra spianati a difendere i soldi dei poveri dai
poveri, la polizia con le sirene spiegate o la signora Cinzia Martelli
in Matteucci che rientrava (tic tac – tic tac) dalle sue
scorribande notturne in minigonna, tacchi a spillo e parrucca rossa en
pendant col rossetto sbavato.
O forse Gavina, semplicemente, fissava l'orizzonte ed il cielo oltre.
Quel cielo di Sardegna così lontano forse, forse troppo.
Sì, certo. Doveva essere così. Ma
perché fissarlo nuda in pieno inverno e con la pioggia a
frusta?
L'aveva chiamata, quella mattina, Leila lo ricordava come fosse ieri.
-Gavina?-
-…Gavina?- ripetè più forte,
rabbrividendo per il freddo.
-Vieni dentro, possono vederti, sei…sei nuda.-
E Gavina, come in trance, si voltò a guardarla.
E Leila fu attraversata da un brivido di orrore tale da paralizzarle
tronco e nuca, da rizzarle i peli sul corpo. Fu un istante, un solo
unico istante, però.
Gli occhi dell' altra, La Creatura, l'avevano fissata di odio e dolore,
un dolore d'abisso, neri, segnati, scuri, profondi e vuoti, vacui.
Ma Gavina, subito, tornò la ragazza di sempre.
-Entro subito. Avevo mal di testa, volevo prendere un po' d'aria. Tutto
qui. Non devi preoccuparti.-
-S…s…sì- aveva mormorato l'altra,
pensando che forse quegli occhi, quell'inferno, se l'aveva sognato,
vista l'ora.
Ecco; proprio così era andata, quella mattina.
Dalla volta Leila aveva rinunciato a chiedere all'amica dove andasse e
perché a quell'ora, chi frequentasse. Che sapeva di lei,
dopo tutto? Che veniva dalla Sardegna, da che punto preciso non avrebbe
saputo dirlo. Di una famiglia d'origine neanche l'ombra. Nessuna
telefonata in due anni di corso, nessuna lettera, nessuna visita almeno
sotto le feste comandate. Di fidanzati neanche a parlarne. Nebbia
fitta, insomma. Leila aveva imparato ad accettare la sua amica
così com'era, e forse com'è giusto che sia: senza
passato da chiacchierare, solo vita da camminare assieme, ora e, si
spera, domani.
L' accettava coi suoi infiniti silenzi di mare e montagna, la
discrezione, i suoi consigli solo se richiesti, mai una risata fuori
luogo o forzata, la camera sempre in ordine, oggi pulisco io e va bene,
domani cucino io e va bene; non preoccuparti: nessun disturbo.
No, nessuna domanda a Gavina.
Un oscuro presentimento avvertiva Leila che non doveva; che esisteva un
confine che non andava valicato.
E così lasciava scorrere i giorni, e le notti, come dovevano
scorrere, senza alcuna forzatura, senza porsi domande non porte
seppure, suo malgrado, di Gavina cominciava ad avere timore. Non poteva
definirlo terrore, questo no, ma lo sfiorava davvero da vicino. Evitava
di frequentare la cucina la notte dopo le undici, ad esempio. Un paio
di volte le era capitato di avvisare lo stimolo di urinare talmente
forte da dormire coi crampi alla pancia. Ma niente, la resistenza era
stata stoica. Così, all'alba, già due volte s'era
dovuta cambiare, e lavare in silenzio, lenzuola e coperte.
Spesso la notte la coglieva una fame nervosa -aveva già
sofferto di bulimia in età adolescenziale- indescrivibile ma
tant'è; apriva il cassetto e le sigarette stavano
lì ad aspettarla.
Era arrivata a fumarne due pacchetti, prima di addormentarsi.
Ed oggi non era più tanto sicura che la presenza di Gavina
nell'appartamento le stesse facendo così bene. Le dava
nervosismo, terrore (almeno un pochino), insonnia, fame, fame e fame
che non trovava sazietà. Anche gli studi cominciavano a
risentire dello stato dei suoi nervi e Franco, il suo ragazzo da una
vita (si sarebbero sposati a laurea presa, diceva da sette anni a
questa parte. Lui avrebbe lavorato nell'azienda di tonno in scatola del
padre, chiaramente come contabile, lei alla segreteria. Sarebbe
diventata la segretaria di Tonno Padre e a lui avrebbe dato tanti -
almeno tre o quattro- tonnini inscatolati e pronti a ereditare il
patrimonio di famiglia.) la trovava
…come dire? Diversa. Sì, sei diversa
Leila…hai qualcosa…non so…anche il tuo
aspetto sta cambiando…sei
così…magra…non ti vedevo
così da quando hai abortito, sì. Oh, no, non
piangere! Era necessario tesoro…gli studi, sai. Penso tu
debba fare degli esami tesoro…ne ho parlato con tua madre
ecco…pensiamo tu sia un poco esaurita, sai, gli
studi…che ne dici?.
A Leila era scappato da ridere, ma quella che doveva sembrare una
risata le era uscita con un suono roco, strano, un irripetibile
graoooahhh ah! senza capo, né senso, né coda.
Dunque Leila non ce la faceva più. Aveva deciso che quella
notte, o la va o la spacca, avrebbe saputo la verità su
Gavina, se verità c'era. E se non c'era, meglio
così; tutto avrebbe continuato a scorrere come prima.
Attese che arrivassero le 23.30, prima di sguasciare fuori dalle
coperte così come si era coricata tre ore prima, nella
norma, dopo aver dato la buonanotte a Gavina e
…scusami…sono molto stanca. Oggi non riesco a
vedere la fine del film. A domattina.
Uscì da sotto le coperte chiaramente già vestita
e pronta. Soltanto le scarpe da ginnastica –quelle prese dai
cinesi in piazza Duomo- indossò, in un silenzio di tomba,
trattenendo il respiro.
Fu quando sentì chiudere la porta d'ingresso che
uscì dalla cameretta. Attese d' udire anche lo scatto del
portoncino dell'ascensore, e scappò lesta dall'appartamento.
Volò per le scale come il vento, piano, piano.
Ed eccola in strada seguire a distanza, accucciandosi tra muri e
macchine in sosta, la figura sottile di Gavina, eccola infrattarsi
dietro un lampione, una porta, l'ingresso illuminato a giorno di un
night club.
Camminarono per tre ore circa tanto che Leila pensò
più volte di desistere, di tornare in casa al sicuro, al
caldo del suo letto e al cd di Louis Armstrong. Poi i lampioni presero
a diradarsi, la strada a farsi prima acciottolato e ghiaia, poi semi
asfalto di periferia, infine sentiero di campagna. Latrare di cani,
urla di civette. Buio, troppo buio e freddo.
Scorreva il Fiù Nero, lì vicino. Scorreva il
fiume, che in quel periodo dell'anno non poteva dirsi il massimo della
sicurezza viste le ultime piogge e visto gli scarichi delle industrie
ammassate più in alto, a valle.
Leila vide Gavina proseguire sicura tra i pioppi alti, carezzarne i
tronchi, avvicinarvi il viso quasi a parlarci e forse, forse qualcosa
davvero sussurrava (a chi o cosa e chi o cosa le rispondeva?) ma da
lì, accidenti, da quella distanza poco o niente poteva
distinguere.
Gavina raggiunse la riva del Fiù Nero e lì,
Leila, vide.
Strabuzzò gli occhi, vide. E udì.
Altre donne c'erano lungo la riva. Sei o sette avrebbe potuto contarne.
Nude e bianche, disposte in fila, magre e spettrali, i lunghi capelli
di fili di stoppia lungo le scapole e i seni secchi, senza vita
né latte. Urlavano, le streghe, urlavano alla luna e le
nebbie una nenja che canto doveva essere e nel fluttuare delle acque si
perdeva, tra le nebbie appariva, e scompariva. E battevano dei panni
con ossa di morto, li battevano e li battevano ancora, a ritmo di urlo,
instancabili, smunte, vuote d'anima.
Gavina levò gli abiti, le raggiunse sulla riva e, a loro, si
unì. Il canto si fece forte, più forte l'ululato
a nebbie e luna.
E il canto, un istante, un attimo, chetò. Gli occhi, quei
fossi neri, tutti, puntarono in direzione di Leila. I fumi della nebbia
s'allungarono a rivestire, sudario, ogni ombra.
Fu quando la luna si scoprì interamente dalle nebbie che la
ragazza non le vide più.
In qualunque direzione guardasse, loro, gli spettri, non c'erano.
Un rivolo di sudore ghiacciato le percorse la schiena. Poi un grido, un
altro, un altro ancora, nel buio.
Leila avvisò il battito del cuore farsi stranamente lento,
imperturbabile nonostante l'orrore.
Leila
Leilaaaaaaaaaaaaaa
Vieniiiiiiiiii
Lei laaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!.
Leila, in silenzio, si spogliò degli abiti.
Tolse le scarpe e non avvisò il freddo
Non avvisò l'orrore
Puntò i pioppi
Leilaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Ne carezzò i tronchi
Fregò i capezzoli e il pube su foglie e sporgenze
Lei Laaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!
Puntò gli occhi alle acque e vide, nel buio e le nebbie le
vide, ancora
Gavina a braccia aperte, ad aspettare
Leilaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa
Le unghie come artigli e gli occhi di pozzo e d'inferno
E Leila raggiunse le Panas* lì, sul ruscello
E alle sorelle, si dice, finalmente si unì.
Si dice che ancora, la notte e tra i pioppi, le nebbie e la luna, se ne
senta il canto.
PANAS: Chi erano…
Secondo la tradizione popolare sarda erano donne morte di parto che
tornavano temporaneamente fra i mortali con le stesse sembianze che
avevano da vive. Essendo morte in un momento particolare della loro
esistenza (considerato "impuro"), erano condannate a lavare i panni
della loro creatura per un tempo che variava dai due ai sette anni.
Come agivano…
Le Panas potevano essere scorte lungo i ruscelli posti ai crocevia, fra
l'una e le tre del mattino, mentre lavavano e cantavano una tristissima
ninna-nanna. La loro condanna implicava l'assoluto divieto di parlare o
di interrompere il lavoro: se questo accadeva, esse dovevano
ricominciare daccapo il tempo della penitenza.
Pertanto, se venivano disturbate da qualcuno mentre erano intente a
lavare, le panas si vendicavano spruzzandogli addosso acqua, che
però bruciava come fuoco.
Curiosità…
In Gallura le donne morte di parto prendevano il nome di "paltuggiane".
Spesso le macchie sul viso, soprattutto di giovani donne, venivano
spiegate come una vendetta delle panas disturbate.

…Ed empirai di latte, spada mia, la coppa ardente. Capezzoli di ginestra i muri prepotenti ai quali romperai ogn'indugio, e dita come rami d'oceanico seme, giù, oltre il buio dolce dove non c'è stagione e primavera, sempre, dimora.
-Incredibile-, pensò a voce grezza e alta Sisinniu Scanu, e
sorrise.
-Incredibile aberu- ripetè più forte.
Ora il torace si sollevava ed abbassava convulso, i denti gli si erano
legati assieme.
Il sorriso era scomparso e l'uomo scandagliava attorno con occhi quasi
severi.
Nove teste, rase e pidocchiose, sparpagliate à pedire
attorno alla tavola comente sos pilos aintru ‘e su mucadori
nieddu ‘e thia Peppa, sa muzere de maistru ‘e muru
de cussa bidda ‘e mortos, intenta nel brusìo a
sollevare con cucchiaio e forchetta dalla scodella di portata tre
culurjones tre colanti di salsa al lardo, pecorino e menta per ogni
bocca e pancia vuota; puntarono finalmente la testa più
pensante della famiglia.
E ammutolirono. Gli occhi grandi di bambini e madre -caldi, uguali,
circondati da una raggiera di ciglia nere- sostennero pacatamente lo
sguardo del capo famiglia. Oltre i vetri latrava un Eolo impaziente,
randagio, BalenteBelante; frustava i faggi assonnati piegandoli come
canne e come canne, da padrone, facendoli sònare, vibrare,
parlare di nenje di streghe antiche e, da amante, palpitare, gemere. Si
diceva che, fra quei faggi, avesse vissuto una fata dalla pelle d'ebano
e gli occhi di carbone ardente, strappata al suo mare da un destino
crudele. Si diceva che avesse amato solo una volta, Regina, amato il
suo Re tanto da togliergli respiro ed anima e pensiero, amato tanto da
lasciarlo andare, poi, scappare lontano, affinché il suo
amore non potesse togliergli anche la vita. E si diceva che fu allora,
che la fata cominciò a perdere i pezzi del suo cuore, a
perdersi lei stessa nei meandri della propria mente. Ogni passo, ogni
volo, ogni luogo erano per lei ricordi, AmmentiFrammenti ‘e
suferentzia. E in ogni passo, ogni volo, ogni luogo un pezzo di cuore
naufragava nei tempi; cuore di fata debole, come debole è il
cuore dell'uomo.
E sedette in una roccia la Fata, e cominciò ad urlare per la
disperazione. E l'urlo vento divenne e tempesta e uragano orrore d'ogni
creatura. E poi quiete. Ed impazzì, la Fata. E ancora vaga
in forma di civetta, la bocca di ciliegia divenuta becco scuro e duro
d'osso, viola passita e pazza d'amore e senza mente e senza cuore, alla
ricerca di chi non è più.
Fata, la Fata, Sa Jana Reina,
E in sos mirtos, s'àrroccas
su cantu (dal seno, pieno, il succo),
fùriosu su mare, CàstiaCàstiadi:
in ie sa mente, su còro
OdoreDolore di Fata e fèmina, màlaria,
malàdia ‘e amore (sudore)
E nessuno si, mai, potrà consolare.
Sisinnio ci aveva sempre creduto.
Alla Fata, ci aveva sempre creduto.
Ricordo che andava cincischiando in giro, quelle volte in cui su binu
‘onu, il vino buono era stato per lui più buono
del solito tanto da convincerlo che sì, poteva mandarne
giù ancora qualche litro senza pesanti conseguenze per
fegato, denari e moglie; che l'aveva vista lassù, gemere in
cima à s'àrroccas; piangere di un pianto strano,
magico, prima di bambina, poi di giovinetta e donna. Infine diveniva
urlo, quel pianto, urlo continuo, e lungo, senza modulazione
né tono.
Urlo di civetta, pareva. O di gatto impiccato.
E diceva Sisinnio che la Fata l'aspettava. Proprio così:
l'aspettava.
Che gliel'aveva promesso lei.
E promessa di Fata è promessa mantenuta.
E lui ci credeva ché voleva crederci.
Credere all'incredibile.
-Incredibile aberu- mormorò Sisinnio.
E ora che gli anni erano passati, e così la giovinezza,
l'uomo si guardava attorno e lì, dove aveva creduto di
vedere le testine rase, le sedie erano vuote, e vecchie quanto lui. E
lì, dove aveva creduto di vedere la giovane moglie, incinta
dell'ultima creatura bèddha e prena, intenta a servire i
culurgjones colanti di sugo all'aglio, lardo e menta e sussurrare
antiche preghiere scacciadiavoli; in realtà c'era il buio, e
solo buio e quel brusìo di voci ora parlava di silenzi
ché thia Peppa con la terra ora parlava, non più
con Sisinnio.
Due notti prima gli era apparsa, Peppa, come frequentemente gli
appariva in quegli ultimi tempi. Sisinnio conosceva il significato di
quelle apparizioni; sapeva che stava avvicinandosi per lui il momento
di partire. E doveva salutare la terra, le cose terrene che aveva
conosciute e amate e odiate durante tutta la sua sconsacrata vita,
salutare la terra prima che la terra aprisse le sue porte per
accoglierlo dentro sé, farlo ritornare da dove era venuto. E
Peppa stava ai piedi del letto di Sisinnio, due notti prima. Lui s'era
svegliato di soprassalto e l'aveva vista così, bianca e pura
come vergine, bianca e pura come l'aveva conosciuta non ricordava
più quanto tempo prima.Aveva diciassette anni, Peppa, quando
Sisinnio l'aveva incontrata per la prima volta, e ritornava dal fiume
con le sue amiche, carica dei panni lavati dei fratelli e della madre
vedova. Era bella, Peppa. Sisinnio ricordava che cantava sempre; lui e
gli altri pastori sapevano che Peppa era al fiume a lavare quando ne
sentivano arrivare, tra i mirti e i fusti di fico d'India, la voce;
quel canto di sirena acerba. Allora Sisinnio s'infrattava tra i
cespugli e in amore, soltanto e semplicemente, la guardava lavare e
cantare, ridere con le amiche di disgrazia.
Eccola lì davanti a lui, ancora, Peppa, due notti prima.
Muta, sorridente.
-Peppinè…-,
-…Peppinedda mea…-.
Poi Peppa era scomparsa.
Doveva salutare la terra, Sisinnio, prima d'entrarci dentro, salutare
chi aveva amato e chi aveva odiato.
Ora, era arrivato il momento di farlo.
E uscì di casa, Sisinnio, che la luna già
s'alzava prepotente, stagliata tra tetti e aie e le colline
giù, all'occhio parevano fianchi o corone, scrigni
attraversati da cicatrici spurie, IncerteIrrequiete non segnate dalle
mappe; quei fiumiciattoli magri e stinti come le pecore quando l'acqua
manca e la terra abortisce d'erbe.
L'avevano seppellita lì, la bambina.
Erano passati trent'anni ma Sisinnio ricordava perfettamente il posto,
quel sughero leggermente ricurvo a destra, un ramo ad indicare il
cielo, l'altro la terra come che quella bara naturale fosse in
realtà un tramite ardito tra un elemento e l'altro, tra
spirito e corpo. Un fico d'India era cresciuto estendendosi in maniera
spropositata quasi ad abbracciare, cingere, proteggere l'albero e
soprattutto ciò che l'albero nascondeva, ed erbetta fine, e
fresca, a quell'ora della notte umida e più tenera,
confortata dal canto delle cicale e la fragranza orgogliosa dei
cespugli di felce.
Giunse lì dopo poco cammino nel bosco, attraversando il
sentiero celato dai corbezzoli e rovi. Fissò l'albero tra
gli alberi e nel buio fitto non lo vide con gli occhi, lo vide con la
mente. E con la mente rivide Peppa, piantata lì come il
sughero, ad indicargli la via senza parlare. Sisinnio annuì,
cadde in ginocchio e mormorò antiche preghiere. Poi prese a
scavare la terra brulla a mani nude, ficcò le dita forte e
grattò fango e radici, scavò e scavò.
Smise, alzò il volto al cielo e, davanti a lui, Peppa
intimò scava ancora. E Sisinnio scavò ancora, e
ancora, e ancora che gli pareva di non dover mai finire di scavare.
Toccò qualcosa, un sacco di tela grezza pareva.
E Sisinnio sussultò al ritorno del passato, che fu come uno
schiaffo.
Ed ecco la bambina, una zingara figlia di zingari, dicevano che fosse
in paese.
L'avevano vista camminare per le strade con la madre mezzo nuda al
fianco per qualche giorno, poi neppure più la madre s'era
vista.
Ed era andata, la bambina, a cercargli del formaggio mentre Sisinnio
pascolava pecore e capre ed il cane abbaiava ai falchi
E lui le aveva dato formaggio e pistoccu ed erano diventati amici; del
resto zingari tutti e due erano, chi di corpo, chi di mente. E tutti e
due bambini erano, chi di corpo, chi di mente
“E torna a trovarmi” le aveva detto Sisinnio
“E sì” aveva risposto la bambina
Ed era tornata, per quindici giorni di fila, era tornata lì
alla tanca, vicino à su riu ‘e preda, tra sugheri
e canne e menta odorosa
E il sedicesimo giorno era caduta nel fiume
(lui voleva strapparle un bacio – l'unico- e lei era scappata
ridendo)
E aveva battuto la testa sul fondale
Ma Sisinnio sapeva che nessuno l'avrebbe cercata perché la
zingara, per gli altri, era Nessuno
E Sisinnio sapeva che avrebbero dato la colpa a lui di averla spinta
nel fiume
E Sisinnio il Maresciallo Giommaria Trimarchi, un continentale, non
l'aveva cercato
Nemmeno avvisato, l'aveva
Senza vergogne aveva chiuso la zingara nel sacco che il suo padrone
usava per metterci il resto da dare ai maiali giù in paese
E il sacco l'aveva seppellito piangendo
E sapendo di fare peccato sapendo che tutta la vita quel peccato
l'avrebbe pianto e così davvero era stato
Sotto una piantina di sughero strana che a lei piaceva tanto
perché curvava il fusto e aveva un ramo che indicava il
cielo, l'altro che indicava la terra
La zingara era la prima che Sisinnio aveva davvero amato, senza saperlo.
Amata come gli angeli amano.
Peppa sorrise e Sisinnio uomo pianse,
e Peppa scomparve
e Sisinnio gemendo pulì il sacco dalla terra,
Perdonami Signore perdona il peccatore perdonami zingara chè
seppellita da femmina e non da bestia, dovevi essere, e non nascosta
dalla vergogna degli altri
Perdonaperdonaperdonaperdona…
E Peppa, e sa Jana Reina eccole assieme e la zingara lì,
Angelo bambina a dare una mano ad una ed una mano all'altra.
E Sisinnio comprese d'essere stato perdonato,
dalla TerraDio, perdonato.
E con Peppa, sa Jana Reina e la Zingara Bambina danzò tutta
la notte
Dicono che lo videro danzare su ballu tundu
E danzare e danzare e danzare
Fino a che il cuore gli scoppiò di danza e di
felicità
E qualcuno lo vide danzare.
(E ancora oggi, qualcuno lo vede danzare).
Ma don Puddu coi suoi chierichetti, la mattina, bussò alla
porta di Sisinnio per accoglierne la confessione e dargli l'ostia, come
faceva ogni giorno.
E lo vide così, Sisinnio, che pareva addormentato sulla
sedia.
E don Puddu disse in paese che Sisinnio sorrideva; disse proprio
così: sorrideva.
In tavola undici scodelle e undici bicchieri avevano trovato
E al centro della tavola in su tàlleri trentanove
culurgjones trentanove, tre a testa per ogni bocca e pancia vuota
E una civetta silente abbarbicata sulla tredicesima sedia,
le ali chiuse, il capo chino.
Giovanna Mulas
("Lupus in Fabula", "Panas" e "Sa Jana Reina"
sono tratti dal libro "Racconti fantastici, d'amore e di morte",
edito da El Taller Del Poeta, Galicia, Spagna, 2007.
Per gentile concessione dell'Autore)
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