«Quando non scrivo, allora leggo; e se non leggo, allora penso: e così, da sempre, la mia vita corre lungo i fragili dendriti e assoni di neuroni che oggi ci sono, ma domani chissà! Basta così poco per non ricordare più, per dimenticare e per smarrire se stessi. E non voglio che questo accada… non prima, almeno, di aver tentato di infondere su questi fogli quella "vita della mente", quel barlume di ciò che sono o che ho sempre creduto di essere».
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Non per vanagloria né fatuo vanto
se lunga e oscura scia d'inchiostro affido
a queste carte.
Di assolati spazi e tenebrosi anfratti,
di amare lacrime e radiosi sorrisi
unica traccia,
di gioia sorgente e di sospiri.
Attimi d'infinito i ricordi…
che non se ne vogliono andare.
Per questo tu,
pur nel tempo così lontana,
sei - e sarai - il mio sempre.
Sperduto in questo universo e chiamato
a condividere del tempo un frammento,
un piccolo barlume di vita,
ho provato, qualche volta, a gridare
alla notte. Ho provato a gridare
alla luna e alle stelle - oh, magiche stelle! -
la mia solitudine infinita
e questo affanno che non si placa,
e questa sete che non ha fine: sete
smisurata d'eternità. Ma non ho
ottenuto risposte.
Quest'universo d'incomparabile
bellezza, e di spazi, e di silenzi
sconfinati, e di cieli dove aleggia
il mistero e lo stupore;
quest'universo pur così bello,
ma così muto e sordo al mio canto,
non varrà mai una tua carezza,
una tua parola, un tuo sguardo.
Ed è questa la sola e unica
verità che conosco.
Da tempo attendo
un segno della tua benevolenza,
uno sguardo
che indugi appena più del conveniente.
Una pudicizia quasi offensiva
riveste la tua nudità ascetica,
come in un desolato giardino
d'inverno.
Alla deriva
in una pur consapevole quotidianità
mi chiedo dove sia quel fuoco
alla cui luce s'alimentavano,
una nell'altra fuse,
le nostre anime affamate;
quel tempo sospeso dove null'altro
esisteva che un tu e un io, insieme,
in cammino verso un orizzonte
dorato, che a volte vedo
- nel tempo dell'abbandono -
quasi irrimediabilmente grigio.
Desiderio rende imprudenti
i tuoi occhi
in un attimo ripagando
eternità di silenzi.
Di suoni un'infinita armonia
nello splendido bosco
e di canti soavi,
profumi di menta e di salvia nell'aria,
di pino e di muschio.
Passato finalmente è l'inverno
e sepolto marcisce nell'umida terra
che rifiorisce a primavera
nel suo splendido manto.
Ma una solitaria campana,
che lontana risuona nel vento,
a ricordare viene che la vita finisce
ma anche che tutto comincia
- vita e morte in duello infinito -
e che tutto rinasce e si rinnova
ancora. Per sempre.
Un nuovo linguaggio imparammo,
fatto di gesti e di emozioni,
per consumare questo amore.
Balla per me, donna
dagli occhi di cielo,
così come in antico
solean fare le ragazze di Creta.
Un sensuale canto ho composto per te,
su flauto silvestre intonato:
riscaldano già
le sue magiche note
questo nostro rifugio
che odora di te.
Dal suo ruvido suono
ora lasciati avvolgere
e mostrati a me…
di desiderio fremo.
Di scoprir le tue spalle
temere non devi
né il tuo corpo svelare, coi suoi lombi
perfetti e il suo ventre dorato,
ché non vacuo d'amore è il mio sguardo,
e il mio cuore con lui.
Nel bosco un sentiero
complice dei nostri passi
ci guida…
Lì troveranno pace
i nostri cuori agitati.
O anima solitaria e perduta,
imprigionata da evanescenti confini
di una troppo greve necessità,
e dimentica del profumo del vento
e del senso di una vita
che, sfuggendo, ti svilisce,
quanto ancora vagherai, indifferente,
- senza che stupore ti animi
e senza emozione alcuna -
attraverso il miracolo della vita?
Per te, che alimenti i miei sogni
per te, che spegni la mia sete di altrove
per te, risposta alla mia ricerca
per te, custode del mio sempre.
Per te…
Come voce nel vento tu sei,
come musica d'argento
nel silenzio di una sera
piena di frescura.
Come rugiada tra l'erba
in mattini odorosi
di giorni d'estate,
consumando la mia sete.
E di gioia sobbalza questo cuore
al suono dolce delle tue parole,
al fruscìo leggero della tua veste,
mentre la notte ci nasconde
tra le sue ali.
Tu sei per me
trasparente cristallo
che moltiplica la luce
in arcobaleni di fuoco.
Un viaggio lungo il desiderio,
sul filo della poesia e del sogno,
alla ricerca del proprio cuore.
Questa, la vita.
Come dardo di fuoco
implorante sollievo
lo sguardo di chi soffre.
Sguardo che vuole speranza
che chiede un conforto,
ultimo e disperato grido
per trovare il coraggio
d'incontrare l'abisso.
Un cuore ostinato il mio, che vede
nobiltà e bellezza dove non c'è
che deserto più arido.
Questo il mio sbaglio più grande.
Ma non conosco altro modo,
se non distogliendo lo sguardo,
per continuare ad amare.
Il mio respiro sospendi
quando
con rapinoso sguardo
mi guardi.
Aulenti di bosco
le tue membra dorate
e di muschio selvaggio,
sudate,
bagnate da dolci effusioni
di mille carezze
di labbra infuocate.
Di umori sorgente
di viola e di rosa
il tuo ventre,
e su esso si posa
la mia mano fremente.
E ora, in flessuose movenze,
una bocca assetata
più fino piacere mi dona,
come di fiori ghirlanda
un capo incorona.
Quando penso a quella vecchia casa
che mi vide fanciullo
di mistero velata e di magia
dove ad ogni angolo in attesa era la gioia,
questo cuore - pellegrino dell'anima -
lo scrigno segreto a visitare torna
dei luoghi della memoria.
Come vento leggero
le alte cime dei pioppi accarezzando
e tra i rami rifugio trovando e un conforto
nei giorni di pena e solitudine;
come leggiadro gabbiano su acque sorvolando
azzurre e cristalline
dove riflessa vi fosse speranza
e l'innocenza di una vita ancora acerba;
e luoghi amati, infine, ripercorrendo
e sentieri - conosciuti da sempre -
tra boschi di castagni e prati,
per un momento dimenticando
quanto la vita fa male.
Nell'aurorata attesa
nulla che a turbar venga questa pace,
questo silenzio.
Solo un grido di gabbiano, lontano,
nell'aria immota sento
mentre l'aurea luce si leva intorno
dell'eterno succedersi del giorno.
Un canto di vita ricolmo
ora voglio sentire,
robusto e gagliardo,
di mirabile corno
e suono di tuba tremendo,
ché di femminei lamenti son stanco
e di lacrimosi singulti.
Un cuore grande, il nostro,
se del vento il respiro conosce
e la sua forza
e se del desiderio
la brace e il fuoco smorza
questo infinito amore.
Quando della passione
l'ultimo soffocato grido
si spegne,
a stremata dolcezza
il posto lasciando
e a infinita tenerezza,
allora so
con assoluta certezza
di amarti come ti amo.
Devozione di sguardi
soavità di parole
e delicati pensieri,
questa nostra amicizia alimentando,
tacer fanno il pensiero ardente
e la bramosa voglia.
Quando da lontano
agiti la tua bianca mano
in un dolce segno di saluto
perché giunta è ormai per noi
l'ora di andare,
una sottile malinconia riveste
il ricordo delle tue carezze,
le profondità del tuo sguardo
e il profumo soave dei tuoi baci.
E mentre un cuore agitato
mi martella in petto,
penso soltanto
alla mia solitudine infinita.
Solo, mi hai lasciato,
per troppo tempo,
forse pensando che un tramonto
sarebbe bastato
e nuvole nel vento
in un cielo screziato di porpora
per riabbracciare la notte.
Solo, mi hai lasciato,
per troppo tempo,
forse pensando che un sogno
sarebbe bastato
e profumi nell'aria
di menta e di pesco,
dolci amare fragranze
di sere d'estate
e di dimenticata giovinezza.
Solo, mi hai lasciato,
per troppo tempo,
forse pensando che un ricordo
sarebbe bastato
- mentre scivola via un altro giorno -
a trasformare il presente in passato
e a ritrovare i sentieri perduti
del sempre.
Doloroso schema
che perpetua inveterati errori
la vita;
di soffocate energie, sotto cieli
senza sole e senza stelle;
e di amori rubati alla memoria,
strangolati,
da un oblio che non perdona;
e d'inconsapevoli silenzi,
e di tutto ciò che si tace
per paura, per vergogna.
La nebbia confonde ogni contorno
e questa luce che all'ombra s'avvicina.
E inesorabile scende la sera
con sé portando paura e tormento.
Come forse ti sentivi, io mi sento,
quand'io parea essermi di te dimenticato.
Un messaggio che non arriva…
e ti chiedi cosa sia cambiato.
Se immaginar soltanto tu potessi
quanto io ti abbia amato,
e come tutto prenda - cuore e mente -
quest'acre nostalgia di un presente
che forse… è già passato.
So che c'è speranza
se il sole ancora vuole sorgere
e fiorisce la terra in primavera,
se ad asciugare il vento viene
lacrime amare,
e se di un bimbo il sorriso
l'assopito stupore risveglia.
E so che c'è speranza
se mistero ancor si cela in un tramonto
o nel canto, lontano, di un gabbiano,
se la voce di un amico, nella notte oscura,
a terminare viene
lunga ed angosciosa attesa.
E so che c'è speranza
nello sguardo truce
di un'anima perduta
se un poco brilla la tua luce, Amore,
e la tua pace.
T'incontrai un giorno, quasi per caso,
lungo la strada che porta all'amicizia.
E da allora, più non ho paura…
ché a dipanare tu vieni
le intricate maglie del mio tormento.
Dunque ti parlerò d'amore,
e ti parlerò del mare
- che ami così tanto -
del suo mistero infinito
e del suo canto;
e dell'aurora svelerò l'arcano
e del suo voluttuoso abbraccio alla notte
che più non è, e al giorno
che non è ancora;
e ti parlerò del vento
che affamate le nostre anime
accompagna in ogni dove
e in ogni quando…
così… come a noi piace.
Non far ch'io diventi se non un sogno…
e abiteremo il vento.
Sullivan
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