«…eppure continuo a non vergognarmi,
a non aver paura del mio universo.» (Sully)
Sullivan.sw © 2008 - Tutti i diritti riservati
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Ventriquattr'ore di lavoro il battesimo che mi sono concesso
all'alba di questo nuovo anno. Ora che tutto è passato, ora
che è passata la tristezza d'iniziare un nuovo tempo
all'insegna della noia - e dell'attesa che arrivi presto domani - so
anche che questa malinconia sottile che sento non m'avrebbe preservato
nemmeno se avessi potuto rimanere a casa con la mia famiglia, al
calduccio del focolare e di un piatto fumante di tortellini in brodo.
Credo sia sempre così quando un qualcosa finisce - bello o
brutto che sia - quando orizzonti conosciuti - e amati - lasciano il
posto a prospettive nuove, ad attese che forse non s'avvereranno mai;
ma - si sa - il cuore non vuole arrendevolezze … e non smette proprio
mai di sognare. Stamattina ho spulciato il primo libro che mi
è capitato sottomano e - caso strano? - parlava d'amore! O
sono forse io che in ogni cosa vi cerco il cuore?
Fuori sta nevicando… e dalla postazione da dove scrivo posso vedere
il mondo, posso vedere questo quarto di cielo attorniato da tetti
innevati e fumosi. Ma riesco ad immaginare il resto, immaginare tutto
quello che non posso vedere e che non posso toccare… ma che posso
sentire, davvero.
Chi è Denise? Una ragazza - una ragazzina di 17
anni - "incontrata" la sera del 1 gennaio nel corso di una visita
domiciliare. In un primo momento i suoi genitori si erano rivolti al
118 per un riferito - ed ennesimo - episodio di crisi isterica. Il 118
però aveva consigliato loro di rivolgersi al Servizio di
Continuità Assistenziale (Guardia Medica): e a quel punto
sono arrivato io. Non conoscendo i termini del "problema" (non erano
chiari al telefono) e i motivi di questa agitazione psicomotoria, mi
sono recato in quella casa con la consapevolezza di andare incontro ad
una "rogna". Quando i genitori mi hanno accompagnato nella camera della
loro figlia ho chiesto loro se potevano lasciarci soli: e
così è stato. Denise era a letto, un letto a
castello, "annuvolata" tra le coperte da dove spuntavano appena i
capelli e due occhioni pieni di sospetto. Non penso che quegli occhi
s'adombrassero di spavento; forse era proprio la diffidenza a guidarli,
o quello che mi sembrava essere sofferenza. D'altronde come avrebbe
potuto essere altrimenti? Già risulta difficile, anche in
circostanze normali, accettare il fatto che un estraneo ci piombi
addosso nell'intimità della propria casa: figurarsi poi in
una situazione di stress… e poco importa se la figura che ci
avvicina sia un medico. Comprensibile, quindi, l'iniziale "nostro"
smarrimento…
Un "ciao" per iniziare un dialogo che si presenta - comunque sarebbe
andata - critico. Volgo gli occhi attorno, sulle pareti della tua
stanza, sui tuoi libri, sul pc e sulla stampante spenti… e sul
comodino dove una cornice racchiude un bel volto: il tuo. E non so come
rompere il ghiaccio mentre ti guardo: così mi limito a un
sorriso dove spero tu veda come io - comunque andrà
questo incontro - sia dalla tua parte. Perché è
così che sento di essere, al di là di ogni
motivazione, al di là di ragioni e torti:
incondizionatamente dalla tua parte. Ma tu questo ancora non lo sai,
non lo puoi sapere… ma sembri capirlo un po' alla volta, man mano che
inizio a parlare, man mano che inizio ad ascoltare. Tu parli… ed
è il tuo cuore ferito a rivestire ogni parola che esce dalla
tua bocca, ogni parola che mi dici. E se non fosse per la
"drammaticità" di quello che stai dicendo so che potrei
anche danzare… perché - come dice Keats - "non
sono sicuro di nulla se non della santità dei sentimenti del
cuore".
Così, in una giornata grigia dove la mente avrebbe voluto
andarsene in qualsiasi altro posto che non fosse quello di guardia, tu
ragazza sei stata come lo specchio di Bernard, quello specchio dove
egli si perse - così dice nella sua canzone più famosa -
come nella fonte il bel Narciso.
Mi torna alla mente ogni tuo gesto
e la grazia con la quale lo fai…
e ogni tua movenza
ch'io furtivamente spiavo
desiderando quello che ora provo.
Luce ed ombra,
leggerezza e vertigine, l'amore…
e fragilità.
Mi sto rendendo conto quanto questo diario mi stia sfuggendo
un po' di mano… ogni giorno di più. Esso è
sì una mia creatura (anche se non la sento più
così mia ora) ma a volte faccio fatica a trovare in esso
ciò che sto cercando: frasi ad esempio, e parole dette tanto
tempo fa, oppure pensieri che riaffiorano prepotenti - ma indefiniti -
in una serata silenziosa come questa.
Vicino a me - appollaiato su quella che dovrebbe essere la mia sedia -
c'è Smufi. In cuffia invece mi fanno compagnia Craig David,
i Queen, Arcangelo Corelli, Guillaume de Machaut, Francesco Landini (il
cieco degli organi)… e le parole d'amore della Contessa di Dia.
Cavoli… mi chiedo come si possa restare confinati entro ambiti troppo
ristretti! E così spazio tra il rock, il barocco e la musica
mensurabils dell'Ars Nova. Ultimamente proprio a quest'ultima sto
dedicando non poche delle mie energie (believe me) per renderla
fruibile da coloro (pochi) che ne sono - o potrebbero esserne -
affascinati. E non c'è cosa che stupisca più di
questa: scoprire qualcosa di veramente bello, qualcosa che si stava
aspettando da tempo senza minimamente immaginarne l'esistenza… come
una specie di oscuro sentore senza conoscenza. Quando a vent'anni
conobbi questa musica fu per me come una rivelazione, la scoperta di un
nuova modalità d'espressione, un affacciarsi sul sogno da
una prospettiva diversa, come quando per la prima volta vidi le
immagini dell'universo inviateci dal telescopio astronomico spaziale
Hubble. Viviamo in un mondo che si dilata, in un mondo dove non
esistono confini; eppure noi - continuamente - contribuiamo a crearne
sempre di nuovi con quella pochezza - e miopia - che c'illude di poter
stare tranquilli in questo cantuccio isolato d'universo, coccolati al
tepore di una nana gialla perduta tra miliardi di altre stelle, di
altri soli… soli che possiamo soltanto sognare. A volte mi chiedo
come potrebbe essere abitare su una Terra con tre soli che ruotano
intorno ad essa, su un pianeta della stella "tripla" che conosciamo
come Sirio (la compagna che segue da sempre la costellazione di Orione)
e che si può vedere nelle serate d'inverno. Probabilmente
dopo un po' ci si farebbe l'abitudine… e lo stupore - ancora una
volta - lascerebbe il posto alle miserie di sempre. Ma le miserie
uccidono lo spirito… e non è certamente questo un bel modo
di morire. Ma se morire pur bisogna perché non possiamo
almeno sceglierne il modo? Freddy Mercury - in una sua canzone - ci
dice che "Too much love will kill you"… ma in realtà - ne
sono certo - non avrebbe mai voluto andarsene in modo diverso. E se da
un lato possiamo non condividere certe scelte per conseguire
"obiettivi" condivisi e desiderati dai più, dall'altro so
che è necessario liberarsi da ogni pastoia che c'incatena
tenacemente a terra: ne va della nostra gioia, ne va della nostra vita.
La mia risposta? L'ho trovata, dispersa tra le pagine, nascosta in altri pensieri, celata in altre emozioni, una risposta che ritorna quanto più si accentua questo mistero che mi sento addosso:
Tu sei la stella del mio universo
e un sole che riscalda…
una gigante azzurra nel mio cielo.
Così tocca le mie lacrime con le tue labbra,
tocca il mio mondo con la punta delle tue dita…
e potremo avere un sempre,
e potremo amare per sempre
perché l'eternità è il nostro presente. (F. Mercury)
Ho vissuto per anni come se il tempo non m'appartenesse, come
se l'inesorabile scansione dei giorni non avesse potuto intaccare in
alcun modo quel tempo che mi restava da vivere. E guardavo spavaldo
alla vita, quasi con arroganza, con la convinzione di esserne il
padrone, un padrone senza premura, senza rispetto, senza conoscenza.
Avevo un bisogno immenso di un qualcosa che non conoscevo… ma non
c'era nessuno che sapesse insegnarmelo. E così percorsi da
solo strade sconosciute pur di scoprire che cosa fosse ad alimentare
quell'ansia, quell'inquietudine che mi spingeva continuamente ad andare
avanti nonostante delusioni, nonostante inevitabili cadute. Ma c'era la
giovinezza a sorreggermi, a rialzarmi quando sembrava impossibile
ritrovare l'entusiasmo per nuovi inizi.
Adesso, guardandomi, un poco sorrido… con un sorriso di comprensione
per tutto ciò che allora non sapevo vedere, per tutto
quello che non potevo capire. E se a quell'ansia e a
quell'inquietudine di un tempo ora posso dare un volto, so che niente
potrà ripagare le mie continue disattenzioni, quel mio
essere inquieto, quel mio essere perennemente insoddisfatto. Avevo
tanto bisogno di parole, bisogno di qualcuno che si raccontasse, di
qualcuno che mi facesse capire quello che nemmeno adesso riesco ancora
del tutto a comprendere, un bisogno disperato di un amico con il quale
crescere, un amico per imparare il gioco della vita e per scoprire
insieme le cose che contano davvero… quell'amico che non ho avuto mai.
Una corsa solitaria in un labirinto di pensieri confusi la mia
vita… tra emozioni acerbe e incontrollate che hanno fatto disperare
me stesso prima ancora di coloro che mi volevano bene.
Galleggiando sopra una stanchezza che non vuole ancora consegnarsi al silenzio della notte, mi chiedo che strana storia sia quella che vi sto raccontando. Forse è una storia che ho già sentita da qualche altra parte, una storia già vissuta da altri, una storia di piccoli pezzi d'infinito… e forse impossibile a raccontarsi. E non basteranno di certo poche parole per comunicarne la fragranza, per sentire quel profumo e quella leggerezza che scende tiepida ad accarezzare i cuori che amano.
Ognuno di noi - nel rapportarsi con gli altri - assomiglia
un po' a un buon libro, un libro dove il contenuto suggerisce significati
sempre nuovi, un libro che non si esaurisce con la lettura ma che suscita
continuamente nuove - e più ampie - prospettive; insomma, un
libro "aperto"… e non nel senso letterario che l'aggettivo tende a
suggerire: aperto nel senso che apre - appunto - a prospettive nuove
facendoci intravvedere percorsi emozionali - e di pensiero - prima
d'allora insospettati. Chi di noi non ha un libro che ha amato - o che
ama - alla follia? E non si ama un libro soltanto per la storia in esso
contenuta… ma soprattutto per gli itinerari alternativi che una
lettura attenta ogni volta ci regala. Tutto questo è
ciò che io chiamo magia: una sorta di movimento e di
orientamento interiore che apre al cambiamento, un qualcosa che suscita
un desiderio profondo di cambiamento. Forse è proprio per
l'indefinibilità di queste sensazioni che è
così difficile dire perché qualcosa ci piaccia
tanto, perché una poesia - o una musica - ci emozionino a
tal punto da arricchire il nostro essere, il nostro sentire. Ed
è anche per questo che le parole tacciono, si nascondono,
quando ci accorgiamo di essere innamorati…
Ma non tutti amano leggere troppo a fondo nel libro della vita…
perché costa troppa fatica, perché comporta
pazienza e sacrificio richiedendo investimenti del proprio tempo in
pensieri ed emozioni che sembrano non pagare subito in moneta sonante.
E poi, spesso, manca anche il coraggio, il coraggio di esporsi in prima
persona, il coraggio di diventare fragili, vulnerabili, con l'insana e
folle paura di provare quelle delusioni che una condotta del genere ci
farebbe inevitabilmente incontrare. Ma (come dissi tempo fa a una
ragazza) così facendo non faremo che consegnarci alla
rinuncia immolando tanti - troppi - sogni sull'altare di una
realtà che ci umilia - e ci limita - come persone.
Gentile amica, la tua lettera di oggi ha cancellato tutta
quanta la mia stanchezza portandomi un sorriso che sa di buono… ma
non ho potuto non sentire ciò che invece si agita dentro di
te. Ed è forse in ragione di questo che ti ho scritto quanto
sopra. Credi forse che io non sia mai stato sul punto di arrendermi? Ma
sono ancora qui a lottare con me stesso - e con chiunque vorrebbe
togliere significato a ogni cosa che mi abita e che mi fa vivere -
accettando di portarmi appresso quel bagaglio di segni, ferite,
cicatrici che un tempo profumavano di speranza, bagagli di promesse non
mantenute, promesse che avevano alimentato sogni che hanno rischiato di
estinguersi al finire di quelle.
Io sono grande ormai; eppure continuo a non vergognarmi…
a non aver paura del mio universo. L'abitudine fa schifo? Perché
non provare allora a ricercare in essa un significato diverso?
Non sono più così tanto sicuro che ti
facciano piacere i miei commenti: e perciò me ne sto zitto!
Almeno qui puoi sempre non rispondermi se non ti va :-)
Il problema (se così lo vogliamo chiamare) è che
te ne stai troppo zitta, disorientandomi dopo i dialoghi che ci
caratterizzavano. Non ho mai nascosto il mio piacere nel parlare con
te, ma sappiamo entrambi che bisogna essere in due per portare avanti
qualcosa di costruttivo. Solo che ora immagino tu stia
già "torcendo" gli angoli della bocca… e così
lascio cadere il discorso :-)
Sono contento di risentirti piccola. Stai per caso diventando
un "giramondo", un clerico vagante, un menestrello che canta la sua
malinconia agli angoli delle strade? La Venezia d'altri tempi sarebbe
stata la città perfetta per questo genere di performance
goliardica :-)
Come va all'Università? Sbaglio se mi sembra di sentire in
te un po' più di serenità di un tempo? E tu come
stai Marianna?
Firenze… che bello! La prima volta che ci andai (credo a 24 anni)
desideravo vedere le opere di Michelangelo… e volevo bere quell'aria
intrisa di grandezza.
Beh… non voglio tediarti (sono troppo grande per te). Così
ora ti mando un bel sorriso… perché ci sono sere dove
anche un sorriso basta.
Ancora una cosa… una richiesta! Ti va se pubblico il tuo ultimo post "Ci sono sere" sul mio sito? Mi emoziona quel testo, per quella malinconia che in esso si respira… ma che non fa male! Ma soltanto se ti va… soltanto se ti va.
Le 5 di mattina. Giacca a vento, cappellino col frontino,
l'iPod nelle orecchie… e mi ritrovo a danzare alla notte, sul
terrazzo di casa mia, sulle note di "Human Nature" di Michael Jackson
appena scaricate dalla Rete. Saranno gli strascichi dell'influenza che
sta passando o - che ne so - forse il fatto che tra poco
dovrò passare 24 ore in guardia? ma ora sono felice di
essere sveglio, e mi ritrovo addosso questa voglia matta di danzare! So
di non poter urlare (altrimenti la guardia medica si scomoderebbe per
me questa volta) ma è quello che ora farei volentieri.
Ho come una felicità addosso… una gioia che non comprendo
del tutto. Sarà la primavera che m'invita a ballare? Peccato
però che non ho nessuno con cui farlo. E anche se tra poco
- quando il mondo finalmente si sveglierà - questa mia voglia
se ne ritornerà da dove era venuta, so che in
eredità mi lascerà questo buon sapore
d'indefinito che caratterizza tutte le cose che riescono a cambiarmi per
davvero.
Che dire adesso? Credo che un "buon giorno" sia proprio quello che ci vuole!
Se sulle note di "Human Nature" danzavo, su altre note -
quelle di "For all time" di Jackson - pensavo a come sia buono quel
sapore d'indefinito che la tua persona mi trasmette. Ma ora basta con i
complimenti… e veniamo alle critiche!!! :-)
Parafrasando i tuoi stupendi pensieri - e stupendi lo sono
davvero perché parli di te a un'altra persona, a una persona
che non puoi certo dire di conoscere appieno ma della quale, forse,
cominci un poco a fidarti - ho trasformato quel futuro (il futuro dove
sembrerebbe abitare quella libertà che tu brami per te
stessa) in un presente che già ti libera, che già
ti fa volare. E la mia gioia sottopelle di sabato mattina forse ha a
che fare, in parte, anche da questo tuo svelarti.
Non bramo certo ad essere filosofo… ma so - mia cara girovaga - che
quella libertà che vai cercando si costruisce giorno dopo
giorno; non si tratta dunque (secondo me) di una meta soltanto da
raggiungere, di una meta posta in un futuro agognato, ma di un percorso
di vita… di vita interiore. La libertà, dunque, come
frutto che cresce e matura con te. Come l'amore… :-)
C'è un'altra cosa che mi premeva dirti… anche se
è difficile farlo; e non tanto per il contenuto, quanto per
l'articolatezza e l'indefinitezza del concetto. Ci sono persone (quasi
tutte virtuali, ma non tutte) alle quali dà fastidio o
(meglio) sembrano non voler comprendere il significato vero di questo
"nostro" dialogo, persone che storgono il naso quando lascio trasparire
nei miei testi che anche una persona così giovane possa in
parte cambiarti, anche in questo modo, anche in un modo fin troppo
virtuale. E se a volte passo sopra con leggerezza a certi commenti,
altre volte invece mi rimane dentro come una forma di rabbia, di
tristezza. Ma quello che per me conta davvero è che sia tu a
decidere se queste nostre parole siano, in qualche modo, buone parole,
se siano parole d'amicizia, parole che contribuiscano in parte ad
aiutare a far nascere un sorriso; perché se così
non fosse non avrebbe nemmeno più senso questo mio cercarti.
E se questo tuo sentirti senza "fissa dimora" dovesse domani rendere
impossibile continuare questo dialogo, che a consolazione rimanga
almeno questo sentore, quel profumo di bene che soltanto un cuore
limpido riesce a donare.
Non sperare mai più di meritare affetto nel mondo,
non credere mai più che qualcuno sia giusto.
Tutto è ingratitudine. Il bene che hai fatto
non serve. Anzi ti pesa, ti contrasta.
Gaio Valerio Catullo
E so che ti amo
quando m'accorgo che reputi essenziale
ciò che invece è marginale, ciò che non serve
se non ad incrinare ogni certezza, ogni sicurezza.
E nel momento in cui questo accade
mi sento - una volta ancora - al sicuro.
Sully
"Non so che cosa cerchi tu":
e questo, semplicemente, significa che nemmeno tu hai smesso di cercare!
Ma cosa cercare? Già da un pezzo mi sono stancato di farlo.
Ora mi limito ad osservare quella realtà che mi si presenta
davanti… e quasi sempre è una realtà che fa schifo!
E poiché la realtà è fatta soprattutto di persone,
la logica aristotelica suggerirebbe che a fare schifo…
In ambito lavorativo è ancora peggio che in alcuni nostri
incubi (almeno a questi possiamo sempre contrapporre i
sogni più dolci)… e ci si scontra quotidianamente (a parte
l'onnipresente ignoranza) con una superficialità che sa di
patologico. Ma se al di sotto di una certa scorza non c'è
sostanza sarà vano ogni nostro tentativo di avvicinarsi alle persone.
È inutile quindi prendersi cura di loro (in un modo più profondo che
non con una semplice prescrizione) se poi non s'accorgono nemmeno delle
differenze, se non si rendono conto dell'onestà che
t'impedisce categoricamente d'arrecare loro del danno per un facile
tornaconto personale, se non riescono nemmeno a sentire la
bontà che anima i tuoi gesti. Sempre invece pronte a
chiedere, a pretendere, senza rispetto - e pazienza - per il ritmo naturale
delle cose, della natura, della malattia. E senza passioni che mordano
almeno un poco le loro carni. Siamo una società malata… e
mai come adesso così bisognosa d'aiuto.
Ogni giorno spero sempre che ciò che ho detto ieri - e
pensato - possa trovare conferma nello sguardo rinnovato di un cuore
che sta cambiando, di un cuore che si apre al possibile… abbandonandosi
allo stupore. Ed è questo quello che m'innamora,
quello che m'impedisce d'arrendermi: il possibile, ovvero
ciò che si nasconde, ciò che si cela dietro ad ogni porta chiusa.
Ci sono giorni che sto solo bene,
in altri - una noia che non ti dico -
la sensazione di essere rinchiuso
in un guscio, senza possibilità
di uscire, di parlare, di esserci
per gli altri.
Essere un menestrello - o un cantastorie -
figura umile, senza legami,
ma per questo più libera, libera
di andare ovunque le aggrada… ma pure
libera di restare.
Un giramondo
per osservare la vita,
ai margini della storia…
per poi raccontarla (Sully)
Perché nessuno ci pone più domande?
E perché sono proprio coloro a cui teniamo di più
che, ad un certo punto, smettono di farlo?
Una domanda ci strappa quasi sempre un sorriso di
compiacimento.
Una domanda ci rimbalza dentro accendendo luci in una stanza buia.
Una domanda ci riporta a noi e - allo stesso tempo - ci sbalza fuori da
noi stessi.
Una domanda spazza via l'odore di stantio di pensieri che s'arrotolano
- confondendosi - su se stessi.
Una domanda è il principio, l'incipit, l'esordio di un
dialogo che potrebbe non finire mai.
Una domanda che è vita quando animata da genuino interesse.
E che nome daremo, dunque, all'attenzione, all'interesse, alla
premura, al desiderio di conoscenza, e a tutto ciò che
permette d'avvicinarci agli altri con sentimenti di sincera
umiltà e di rispetto?
Anche questa è una domanda… :-)
Due giorni fa sono andato a rileggere tutto ciò che ci siamo
scritti noi due… riportandone un certo malessere, come una sensazione
d'indefinito imbarazzo. E penso che se te ne fossi andata per davvero
sarebbe stata soltanto colpa mia. Ora le cose si sono ridimensionate
(non so se te ne sarai accorta): ma non intendo con questo che sia
cambiato il mio sentire o il mio modo di rapportarmi con te. No, sono
sempre io, io coi miei entusiasmi, le mie curiosità, il mio
continuare a credere a cose che gli altri reputano impossibili. Solo
che il rispetto è anche questo: lasciare tutto lo spazio
possibile perché nessuno possa sentirsi in gabbia o, in
qualche modo, legato all'altro soltanto per gentilezza, o per educazione.
C'è un pensiero di Stig Dagerman che dice: «Ecco,
il miracolo della liberazione s'avvicina. Può accadere sulla
riva, e la stessa eternità che mi faceva paura ora
testimonia che giungo alla libertà. In cosa consiste questo
miracolo? Semplicemente nella scoperta improvvisa che niente, nessun
potere, nessun essere umano, ha il diritto di pretendere da me qualcosa
che possa far languire il mio desiderio di vivere. Infatti, chi
potrebbe esistere senza questo desiderio?».
Avrei desiderato una prospettiva, un briciolo in più di
realtà, di non escludere la possibilità di
rivestire appena di reale qualcosa che sento importante, qualcosa che -
come amo dire - profuma di buono. Ma ho deciso di non desiderare nulla
di più di quello che tu senti giusto per te, di
ciò che ti può far sentire solo bene. E questo è quanto!

Dopo questa premessa (sono l'uomo delle premesse io, l'uomo
delle precisazioni! :-) cosa potrei raccontarti? Che il freddo sta pian
piano passando regalando (nonostante questa stupida nebbia) maggior
libertà di movimento a una piccola amica? Forse potrei
raccontarti quanto mi emozioni la musica, e quanto un'emozione possa
cambiarmi nel profondo. O forse potrei renderti partecipe di quanto io
mi scopra diverso ogni giorno che passa e quanto - di conseguenza -
possa capire i cambiamenti vertiginosi che si succedono nel mondo di
una diciannovenne. Potrei forse raccontarti quanto io mi senta solo, a
volte, nonostante ci sia un sacco di gente che mi vuol bene…
Sai? Ieri mattina, mentre mi recavo all'Ulss per consegnare delle
carte, ho incontrato una giovane donna portatrice di handicap, una
donna che lavora al distretto… una donna che conosco per
motivi di lavoro. Mi sono fermato per salutarla e lei mi ha chiesto se poteva
darmi un bacio. Mi sono scoperto a sorridere dopo aver acconsentito che
mi baciasse… ma poi le ho chiesto anche il motivo di quel
bacio. Lei mi ha detto soltanto che dovevo farmi bastare il bacio.
E così - da ieri - mi sto portando dentro quel sorriso…
Domani mi aspettano 24 ore di guardia! Faccio sempre
più fatica a sopportare queste lunghe sessioni di lavoro…
ma spero che il tutto non continui ancora per molto. L'ambulatorio sta
andando bene… così penso che a breve potrò
lasciare finalmente la guardia. Però devo anche dire che
questo lavoro - dai più bistrattato - mi ha dato molto,
permettendomi di relazionarmi sempre meglio con le persone, imparando
cose che forse in nessun altro posto di lavoro avrei appreso.
Così ora provo a non pensare al disagio di dover stare
così a lungo lontano da casa. Ma porterò con me
musica, libri e… pensieri che mi facciano compagnia nel caso
ci lasciassero un po' tranquilli.
A presto…
Penso che non potrei chiedere di meglio di quello che ho ora, per quello che c'è stato fino adesso e per quello che spero ci sarà in futuro: nessuna enorme felicità, nessuna utopia, ma solo una tranquilla serenità, una sicurezza bassa, come se avessi costruito un marciapiede: quando farò arrivare il sole sul marciapiede avrò la garanzia che se poi avrò freddo ai piedi, e se li metterò lì, si potranno scaldare e potrò così ricominciare a camminare (M)
«Un giorno sono andata a fare una passeggiata
attorno al lago Trasimeno. Una meraviglia, secondo la mia padrona di
casa. Ero sola. All'inizio ho trovato il paesaggio sinistro e,
all'improvviso, ho capito. Lo guardavo con gli occhi vuoti e il cuore
arido. L'avevo spopolato delle ninfe, dei loro giochi sotto i salici,
ma non appena ho riconosciuto le loro risa nel mormorio della sorgente,
per un attimo, come un dardo d'oro, il ricordo di Narciso che si china
sull'acqua ha illuminato il paesaggio. Forse la farò ridere
ma, da quel giorno, ho deciso di fabbricarmi un sesto senso per
riconciliarmi con il mondo. Un senso che mi permettesse di vedere, di
sentire e di respirare il mondo esattamente com'è, il mondo
con la sua memoria. Il mondo e le sue corrispondenze segrete».
(Hélène Grimaud - Lezioni private, ed. Bollati Boringhieri 2007)
Se ci credi avevo letto appena da cinque minuti - prima di leggere
l'ultima tua - il precedente paragrafo, parole che ho voluto trascrivere per
te. Hélène è una pianista di
prim'ordine… e questo è il suo secondo libro. La
corrispondenza del tuo sentire - che mi ha davvero emozionato - con il
concetto di "riconciliazione" col mondo espressa nel libro mi sembrava
perfetta, così tanto che ho voluto condividerla con te.
Mi hai reso felice con queste tue parole, felice per quelle
emozioni che sembrano scoppiarti dentro, felice dei tuoi sorrisi.
Ti devo confidare una cosa: quando qualche giorno fa mi parlasti
entusiasticamente dei preparativi per la tua festa
ero un tantino preoccupato, preoccupato da pensieri insistenti che
sembravano suggerirmi: e se la sua festa non dovesse - per qualche
ragione - andar bene? E se questo dovesse succedere, lei come la
prenderebbe? Non sarebbe una delusione troppo grande per lei? Ti
potrà sembrare buffa questa mia preoccupazione o - quanto
meno - strana. Ma che vuoi farci? Credo però tu possa
capirmi alla luce di quel tenue legame di corrispondenza che ci
unisce, ma che ci racconta all'altro in un modo che talora non succede
neppure nei rapporti reali quando questi restano superficiali o -
peggio - di convenienza. E, ancora, si spiega da sola se soltanto
immagini che le ninfe - e gli elfi - forse esistono per davvero.
E poi c'è un'altra cosa che mi rende particolarmente
contento: che non c'è per me niente al mondo di
più bello che partecipare alla gioia semplice di un cuore
che condivide con un amico il suo sentire. Così se ancora dovevo trovare
un senso a questo mio scriverti forse oggi tu me ne hai donato uno.
Continua a sorridere alla vita, fiorellino azzurro.
Con riconoscenza…
C'è chi dice che io lascio troppo fare, che lascio
troppa "libertà" ai nuovi colleghi; chi dice ancora che, come
è successo a noi veterani, anche i giovani dovrebbero farsi
le ossa. In che modo? Ma naturalmente svolgendo quei compiti che
risultano sgraditi ai "vecchi"!
Pensieri stantii questi, ammuffiti, pensieri che mi sanno da "vecchia
guardia" o da caserma di soldati, pensieri che vorrebbero celare
l'arroganza negli abiti di una presunta correttezza.
Credo di non aver mai manifestato prima d'ora cose di questo genere a
colleghi che non posso ancora dire di conoscere. Sta di fatto che
però stasera avevo questa voglia, il desiderio di rendervi
partecipi di ciò che potrà passare nella testa di
alcuni di noi quando si lamenteranno con me del fatto che ad entrambe
le "novizie" ho concesso la possibilità di starsene lontane
dalla guardia nei "giorni di vacanza" attorno al 25 aprile.
Sia chiaro che quello che turbina in testa ai colleghi non m'interessa
poi così tanto se - in fede - non lo ritengo corretto.
Comunque sia, noi - al di là di palesi insufficienze - siamo
e restiamo una squadra e, di conseguenza, dovremmo imparare sempre
più a lavorare e a collaborare insieme. Ci sono infatti
certi periodi dell'anno davvero terribili per il lavoro in guardia,
soprattutto se dovessero venire a mancare un minimo di collaborazione e
di buona volontà da parte di ognuno.
Io non so ancora quali saranno le indisponibilità degli
altri riguardo al 25 aprile (le conoscerò a breve). Di
sicuro però posso assicurarvi ciò che
già vi promisi. A questo proposito ricordatemi che forse
sarà meglio fare un prospetto per quelle che, invece,
saranno le prossime vacanze estive.
Ciao ragazze.
P.S. E se organizzassimo una serata insieme per una pizza?
L'invito non è riservato ai soli colleghi: piena
libertà per ognuno, dunque, di portare con sé qualche amico.
Quest'ultima è una mia idea…
ma spero che nessuno avrà nulla da obiettare :-)
Non sempre riusciamo a scorgere in un volto
quella bellezza cercata da sempre,
quelle risposte ai tanti perché
di agitate menti di adolescenti.
E tanto è lo stupore quando questo succede
che facciamo quasi fatica a crederci.
Così, se ti dico che ti amo
so che ora saprai capirne il senso.

Ciao. Allora, come hai visto Ari ieri? (Ale)
Mi si è spezzato il cuore quando mi sono accorto che il suo
sorriso non c'era più. Ma sono sicuro che
ritornerà. Noi tutti stiamo aspettando che ritorni!
Bisognerà aver pazienza, anche se mi rendo conto quanto sia
difficile l'attesa per tutte le persone che le vogliono bene.
Domani sarà primavera… speriamo bene dunque. Ciao
sorellona dolce.
Lo so. Quando l'ho vista domenica per la prima volta è stato un colpo anche per me. Ma ho tanta fiducia. Oggi vado su io… proviamo a farle ascoltare della musica. Le porto anche dei bei fiori… con le colombine bianche appese alle foglie… Ciao, a presto (Ale)
Adoro i tuoi pensieri tardo-adolescenziali… ma so - sento -
di andare ancora oltre: ti adoro e basta, indipendentemente dai tuoi
pensieri, indipendentemente dalla tua figura che mi riempie gli occhi
di bellezza, indipendentemente dal desiderio di te che non mi fa
dormire. Non è dunque dalla fisicità che
scaturisce la consapevolezza di questo mio bene, non dalla noia della
routine che affossa lo spirito, non dalla nostalgia di uno stato
mentale abitato dall'estasi: perché prima o poi - sono
sicuro - al termine di quelle sfiorirebbe anche questo amore. L'amore
è una scelta di vita, è desiderare - e volere
tenacemente - di abitare la bellezza. L'amore è impegno e
sacrificio, è andare sempre oltre i limitati orizzonti che
umiliano la speranza e minano la gioia, è rispetto supremo
per l'altro nella consapevolezza dei nostri limiti, delle nostre
insufficienze, delle nostre miopi visioni della realtà.
Ho scelto te per dirti "ti amo" perché anche tu sai guardare
- e andare - oltre, e perché abiti spazi che anch'io
conosco… spazi senza i quali non saprei che senso dare a questo
frammento d'infinito che siamo chiamati a vivere.
Avresti potuto non rispondere… ma so - in modo del tutto
misterioso - che ti avrei amata lo stesso.
C'è chi dice sempre tutto, chi si racconta senza
preoccuparsi troppo del ritorno emotivo che le sue stesse parole
potrebbero suscitare, senza agitarsi se poi si ritrova scoperto,
vulnerabile, fragile, in balia di quei pensieri che giorno dopo giorno
tracciano una via da seguire, una strada talora più ardua e
ambiziosa delle stesse forze che sarebbero necessarie per sostenere la
fatica, necessarie alla coerenza nel seguire con tenacia e coraggio
quella stessa strada.
E mi scopro ad amare queste persone, soprattutto quando non
ridimensionano i loro sogni nemmeno davanti alla sconfitta, davanti
alla propria insufficienza, alla propria infedeltà, nemmeno
al cospetto del dolore cocente che nasce da un tradimento, da una
promessa dimenticata, da un sorriso che più non scalda.
Così quello che gli altri percepiscono come inquietudine,
come insoddisfazione, a me piace pensare sia invece ricerca continua,
desiderio del vero, perfezionamento dell'essere per adeguarsi alla pura
bellezza, quella bellezza che resta il vero motore e la speranza delle
anime belle.
Conosci la "Fuga canonica" dell'Offerta musicale di Bach? Un
clavicembalo concertante che crea uno spazio di movimento dove un
violino e un flauto danzano insieme, ognuno seguendo la propria strada,
apparentemente incuranti uno dell'altro ma che, tuttavia, sanno
trasformare lo spazio sonoro in un ricettacolo di suprema bellezza, in
un dialogo d'amore senza fine.
È questo l'amore che desideri per noi? È questo che intendi
quando mi dici che sarai mia per sempre? E sarà questa sovrabbondanza
di bene - nella libertà che nasce da un dialogo vero - il
nostro contrappunto?
Cara, cara, cara,
due anni fa conobbi una giovane donna. Con lei non successe nello
stesso modo con il quale ho conosciuto te (prevalentemente tramite
lettere)… ma attraverso incontri faccia a faccia dove ognuno si
raccontava all'altro. L'altra sera, quando mi chiedesti qualcosa a
questo proposito, non ho saputo risponderti… ma forse l'avrei fatto
se soltanto avessimo avuto un po' di tempo in più. Dico
forse, perché se anche avessi potuto raccontarti qualcosa a
questo riguardo l'avrei sicuramente fatto nella speranza di riuscire a
farti capire meglio ciò che continuamente mi succede dentro.
Ma sai una cosa? Credo non sarà necessario (a meno di un tuo
desiderio in tal senso) alla luce di queste rivelazioni che
continuamente mi stai donando. Mi sento pienamente compreso, mi sento a
casa con te… e so che non tradirai questo bene che sto imparando a
volerti. Con questo non intendo dire che non sarai libera di andare
quando - e se - lo sentirai necessario. Come immagini, il futuro non
è mai in nostro potere (anche se avrei qualcosa da ridire a
questo riguardo). Ma sto imparando a lasciare liberi coloro che amo
(anche se a volte costa davvero fatica): come potrebbe, infatti,
esistere un amore senza quella libertà?
Lei aveva paura del "sempre", ne era spaventata. Ma cos'era quel sempre se non una promessa di bene? Ho pianto così tanto quando se ne è andata senza un saluto, senza una spiegazione, senza un sorriso, senza un abbraccio. Quel suo dileguarsi, lasciandomi nell'impossibilità di capire, mi ha lasciato in eredità un coacervo di rabbia che a stento - e non prima di un anno - sono riuscito a smaltire. Così quel tuo "sei il mio segreto più bello" e la promessa "sarò comunque tua per sempre" mi trovano vulnerabile, indifeso… ma mi hanno anche donato una gioia e una serenità che non provavo da tempo. Se dovessi però lasciare troppo spazio alla mente sento che farei fatica a crederci: ma il cuore, il cuore che ama, quel cuore al quale prestai gli occhi quando ti vidi la prima volta, sa andare sempre oltre. Ed è questo quello che ora desidero imparare con te: amare senza limiti… né misura.
«Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino
uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai
bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila
volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l'uno dell'altro.
Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al
mondo».
«La mia vita è monotona. Io do la caccia alle
galline, e gli uomini danno la caccia a me. Tutte le galline si
assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio
perciò. Ma se tu mi addomestichi, la mia vita
sarà come illuminata. Conoscerò un rumore di
passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi
mi fanno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire
dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in
fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me
è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo
è triste! Ma tu hai dei capelli color dell'oro. Allora
sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano,
che è dorato, mi farà pensare a te. E
amerò il rumore del vento nel grano…» (Antoine de
Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe)
Non so se ti sarai accorta della progressione, del passaggio dalla "spiritualità" della prima lettera al fuoco che invece prevale nella seconda. Se nella prima parole come queste - "È questo l'amore che desideri per noi? È questo che intendi quando mi dici che sarai mia per sempre? E sarà questa sovrabbondanza di bene - nella libertà che nasce da un dialogo vero - il nostro contrappunto?" - sono dettate da un puro desiderio di bellezza, di una bellezza nella quale finalmente perdersi, nella seconda c'è la fragilità, il desiderio di vicinanza, la voglia del mio posarti la testa in grembo, d'accarezzarti fino a sfinirti… d'accarezzarti fino a sfinirmi. Nella seconda - ancora - c'è l'uomo con le sue debolezze, con le sue contraddizioni, con i suoi sbagli; l'uomo che si dispera per la troppa distanza, per il troppo silenzio, per la troppa assenza. E stasera, mentre mi parlavi al telefono, ti ho desiderata davvero per la prima volta… dimenticando tutto il resto.
Sì, ho letto il piccolo principe… che, forse non sapevi che ho l'animo fanciullo? E chi meglio dei fanciulli sa scoprire il fanciullo nascosto che si agita dentro i cuori? E se non avessi avuto quell'animo pensi che avrei potuto accorgermi di te? Sei di una bellezza che toglie il fiato…
Mentre rileggo quello che fin'ora ti ho scritto mi sta
capitando quello che mi succede almeno 25 volte al giorno:
l'incredulità di poter sentire tutto ciò… e di
scriverlo a te. Ho perfino paura di svegliarmi un mattino scoprendo un
tuo messaggio che mi dice di curare la mia schizofrenia!!! Ma poi quel
messaggio non arriva o - se arriva - ritrovo parole come "Ciao mio
adorabile amore". Che dire di tutto questo? Che sto rischiando la
pazzia, quella pazzia che anche una gioia grandissima può
dare.
In questi giorni sto notando con stupore che ogni cosa che faccio
assume un senso, un significato diverso alla luce di questo amore che
ancora non so (o forse non voglio) definire, come se definirlo facesse
perdere qualcosa della magia che lo riveste.
Ti scorgo, un attimo, e non ho
più voce;
la lingua è rotta; un brivido
di fuoco è nelle carni,
sottile; agli occhi il buio; rombano
gli orecchi.
Cola sudore, un tremito
mi preda. Più verde d'un'erba
sono, e la morte così poco lungi
mi sembra… (Saffo)
Un copione? Un già visto e vissuto? O - peggio - soltanto un gioco del momento?
Avevo intuito la tua bellezza
prima di conoscerti per davvero.
Ma essa già frantuma quei limiti
che il buon senso rafforza attorno ai sogni
più belli… per renderli possibili.
E tu sei quel sogno che non avrei
mai osato sognare, mai creduto…
che mai avrebbe potuto essere.
Mi piace l'ultimo cd di Vasco,
mi piace quest'aria frizzante
che mi sorprende assonnato al mattino,
mi piace il rossore sulle tue guance
quando ti dico che ti amo.
E mi piace quella tua leggerezza
di farfalla che fa, di gesti pieni
di grazia, lo scopo della sua vita.
Sei tutto quello che vorrei…
Mi piace la tua invadenza,
la tua intelligenza
e quel tuo essere dolce
senza consapevolezza,
quel tuo essere per me
senza riserve.
Stanotte mi hai svegliato:
desideravi forse
mi riaddormentassi con un sorriso?
Ho bisogno delle tue parole…
più di quanto io voglia ammettere
più di quanto tu possa immaginare,
bisogno uno dell'altro,
bisogno di questo stupore…
e di una poesia che continui.
Si può davvero definire ingenuo chi opta per la
verità? Chi crede nella parola data o nella promessa fatta
ad un amico? Chi crede che una tensione spirituale o un'emozione
genuina possano davvero cambiare le persone? Chi crede davvero a una
vera condivisione, a una comunione piena di pensiero? Ingenuo chi crede
nella possibilità di dire davvero tutto? Chi si sforza - in
ogni gesto - di vivere la trasparenza fino in fondo, anche a costo di
perdere ogni cosa?
Recentemente qualcuno mi ha definito un ingenuo. La realtà
è che sono stanco, stanco di essere stanco, stanco d'inseguire
chi continua a nascondersi, chi continua a mostrarsi solo a
tratti…
Siamo imperfetti… e non tanto per i limiti che ci abitano, quanto per l'incapacità di credere fino in fondo al potere di una bellezza che ci cambia.
Desideravo davvero essere
meraviglia, e stupore, e tenerezza…
un ponte di giada tra cielo e terra
con i colori dell'arcobaleno,
un angelo a cui aggrapparsi quando la
gioia si cela troppo in fondo al cuore.
Desideravo essere spirito
soltanto - non linfa, non carne e sangue,
non quel drago che semina dolore,
che semina distruzione e rimpianto.
Desideravo essere un'idea
di libertà… e una poesia nel vento.
Spaventato, smarrito, incatenato
- come gabbiano a forza trattenuto -
vorrei gridarti piano, ancora, e sempre,
che solo il vero amore fa volare,
che solo il vero amore ci libera…
che solo il vero amore non ci perde.

Prova a crederci!
Tu sei speranza, una presenza che continua… e un'attesa di gioia.
Desidero poterti amare con il candore e con tutta la
bellezza che mi sarà possibile… ma senza distruggere i
giardini che ospitano i nostri passi. Ho bisogno di santificare questo
amore… ma temo che non vorrai provarci.
Quando ti scrissi la prima volta era a questo che pensavo:
a un amore che ci facesse vivere entrambi, e non a un amore che ci tarpasse le
ali con i suoi limiti. Fino ad ora non mai trovato nessuno con cui
crederci per davvero. Vogliamo provarci insieme?
Ti amo senza fine, gioia mia.
Non esisto per lasciare un segno nel mondo. Esisto per vivere la mia vita in un modo che mi renda felice (Richard Bach)
Ti ho cercato per amarti…
perché eri pura bellezza,
nostalgia di un sogno, pura visione.
Ma tu mi chiami Angelo…
e così ho giurato a me stesso
che lo sarei diventato.
Per amore tuo… (Sully)
Il tempo, quando si sta in ascolto, lascia sempre tracce del
suo passaggio, tracce che talora si disperdono - come dimenticate - nel
vissuto dei giorni, in quel vissuto che si nutre prevalentemente di
momenti presenti e di tensioni verso il futuro. Ma a volte succede che
alcune di quelle tracce, tracce che ritenevamo ormai perdute e delle
quali non conservavamo apparentemente memoria, riemergano
improvvisamente in tutta la loro freschezza, in tutta la loro
attualità, in tutta la loro urgenza. Una di queste
reminiscenze è l'idea - quasi una vertiginosa visione - di
un amore sovrumano, di un amore che si nutre di soli pensieri, di
emozioni, di sogni; un amore sì umano, ma senza le sue
limitazioni, senza le barriere, senza quei territori e recinti che lo
ingabbiano, che lo limitano, che lo sviliscono rendendolo fin "troppo"
umano. E non è certo per questo amore che sarei disposto a
donare la mia vita.
Ma come posso - dimmi! - come possono le sole parole che ascolti
trasmetterti quello che io sento agitarsi dentro di me? E come potranno
mai le sole lacrime che vedi renderti partecipe di questa mirabile
visione che - quasi per terrore - continuo a nascondere anche al mio
cuore? È un amore questo che non ha mani, che non ha bocca, che non
ha naso, che non ha occhi, che non ha orecchi, ma che - allo stesso tempo -
si serve di ogni senso per farci davvero provare quell'estasi che ci
santifica, quell'estasi che ci conduce nei territori sconfinati di una
gioia che rende possibile l'impossibile, in territori e in spazi-tempo
dove la vita - questa vita! - profuma d'eterno.
La vera bellezza che voglio - e che desidero per te, per noi -
è la pienezza dell'attimo che si prolunga, che si alimenta
ad ogni mio respiro… anche quando tu non ci sei.
Ho sempre amato la tua "invadenza",
quel bisogno che tu hai di cercarmi,
di guardarmi, di toccarmi,
quell'urgenza di vicinanza
che mi fa sentire importante.
Ma cosa ti è successo?
Sapere come sto
- sapere come io stia vivendo -
sembra che ora non t'importi.
Ma quest'assenza
- questa tua mancanza di premura -
ora mi confonde… e mi fa tremare.
Se Amore non è - ti prego - il tuo
scuotimi allora, svegliami…
e lascia ch'io ritorni
ai miei luoghi,
ch'io ritrovi il mio cielo,
il mio amore, il mio canto.
Parole, parole, e ancora parole… parole frutto di
rinuncia, parole figlie del dolore e sorelle del fuoco, dello smarrimento,
della solitudine: quella solitudine che ora mi fa scrivere cose banali
solo per poterti immaginare accanto, qui, stretta vicino a me, mentre mi
ascolti. Ma credici, amare forse è anche questo: fidarsi
senza ragionamenti, senza fare bilanci; amare è pure questa
ingenuità che intende le cose che fai - e la tua vita - come
dono che quotidianamente mi offri, come musica da condividere, da
respirare, da vivere.
Forse saranno soltanto illusioni: ma so che non mi alzo al mattino senza
che sia tu a svegliarmi, senza che sia tu ad accompagnarmi dove non
scorgo più bellezza, dove non trovo più poesia,
senza quel tuo sorriso che non fa che incollarsi al mio, senza che mai
il pensiero di te e la tua figura smettano di parlarmi.
Io non so amarti in modo diverso, e non posso amarti come forse
vorresti… ma so che sarà per sempre.
Trovo in te la tenerezza, il mistero, la fragilità…
ma anche la forza, e il coraggio. Ma più di tutto vi trovo
l'impulso, il desiderio e la ragione per divenire migliori. Ci sono
persone che ci trascinano solo in basso… ma tu guardi lontano, e ti
piace andare dove anch'io vorrei andare.
Sei stata da sempre un'idea nella mia mente, una vertiginosa visione
che assomigliava un po' troppo ad un'illusione. Ma tu superi quella
visione… e già vai oltre quei sogni che si ha perfino
paura di sognare per non morire di nostalgia. È un amore questo che mi
limito ad accettare perché supera ogni categoria, ogni definizione.
Provo quasi pietà verso chi non sa promettere, per chi non
capisce nemmeno quando il farlo diventa necessario. Ogni promessa nasce
quando la tensione verso il futuro diviene motivazione ed impegno di
vita in seguito ad un evento che ha cambiato la vita stessa, un evento
di spessore, di sostanza.
E tu sei quell'evento.
Se un giorno tu dovessi dirmi che stai per ritrovare il sogno,
io non potrò che esserne felice; perché sono - e rimango sempre
- il tuo angelo, colui che veglia su di te, che si preoccupa per te e
ti protegge.
Quante cose sto imparando da questo amore… come capire quando
è arrivata l'ora di mettersi da parte. Desidero essere Amore che
libera… non vincolo che incatena.
Ma non ce la faccio senza di te.
Piove! Stamattina, alle 6.30, mia figlia mi chiede se la posso
accompagnare a scuola in macchina; me lo chiede con un po' di titubanza
visto che non si tratta di un viaggetto di appena 5 minuti. All'inizio
(come al solito) le dico che non è giusto!, ma poi ci
ripenso, mi vesto e l'accompagno. È sempre così: io abbaio
e sbraito: ma poi "calo le braghe" rendendomi disponibile.
C'è chi dice di me che sono lunatico, impulsivo e che, forse
per questo, sono una persona che incute una certa soggezione; insomma:
che sono un rompicoglioni! Ma poi le cose, quelle cose che "bisogna"
pur fare, le faccio quasi sempre. Perfino il prete ieri mi ha chiesto
se stamattina potevo andare a suonare ad un funerale in chiesa: che
bellezza! e che gli suono, io, al morto? la marcia trionfale dell'Aida
per aver avuto finalmente il "coraggio" di andare oltre i limiti di
questo mondo?
Sully c'è! c'è sempre, di continuo; una boa in
mare aperto alla quale aggrapparsi per riprendere fiato, per
riacquistare la forza, quella forza sufficiente per andarsene di nuovo.
E io? A chi m'aggrappo io? Chi ci bada a me? a chi importa
ciò che io voglio? ciò che io desidero? Forse
voglio troppo!… o forse è l'impossibile che desidero,
quello che non si può pretendere di chiedere impunemente
senza pagare un dazio pesante! Chissà…
D'altra parte se uno è un Angelo che cosa dovrà
fare se non esserci per gli altri, se non rendersi sempre disponibile?
che potrà fare un Angelo se non sposare la premura?
Sapete che vi dico? Che sono un po' stufo di essere Angelo!!!
Credo che il mio peggior difetto - a parte
l'impulsività e quel mio essere decisamente un temperamento
"lunatico" - sia quello di voler credere fino alla fine alla
recuperabilità di un rapporto che si sta irrimediabilmente
guastando. E nonostante alcuni colleghi mi abbiano criticato per questo
- per questo mio essere troppo conciliante - in cuor mio speravo sempre
si sbagliassero. Ma stamattina ho dovuto giocoforza arrendermi.
Provo a spiegarmi.
In sede di guardia sono stati sostituiti i materassi perché
pieni di polvere. Il problema è che - al posto di quelli -
ci hanno portato delle "stuoie" in gommapiuma sulle quali risulta
impossibile riposare ("sembra quasi di dormire per terra" mi ha detto
ieri sera Sara). La richiesta di sostituzione è stata fatta
da Marco. Così stamattina, al cambio, gli ho chiesto
d'interessarsi se potevamo riavere quelli di prima o, perlomeno,
qualcosa di equivalente. "Cazzi tuoi" è stata la sua
risposta, "cazzi tuoi, non sei tu il coordinatore?". E questo davanti a
Sara e ad Alessia - davanti alle due giovani! Forse si sarà sentito
grande, importante, a umiliarmi così davanti a loro. E poi -
non contento - ha ripreso "sputandomi" addosso tutta la sua rabbia,
tutto il suo rancore (e credo che - se avesse potuto - mi avrebbe anche
picchiato). La cosa strana è che ad emergere - in quel
momento - non è stata la mia rabbia, o
l'impulsività, ma lo sbigottimento,
l'incredulità… e questa umiliazione che ancora perdura.
Ringrazio Sara per le sue parole quando siamo andati finalmente via…
mentre lui continuava a gridarmi "tornatene a casa… ché
quello è il tuo posto!".
Sto mandando a tutti questa mia - approfittando dell'invio dei turni - meno che a Marco: perché lui non ha un'email, e non ha un cellulare… almeno non per me.
Per chi mi conosce un poco le parole che seguiranno forse non
saranno necessarie; ma per chi ancora non mi conosce dico: - Non mi ha
mai interessato la carica di coordinatore di guardia! L'unico effetto
avuto da questa carica è stata la perdita (per due anni)
dell'amicizia di Alfredo che pensava (forse) che io avessi giocato alle
sue spalle. Non mi sono mai interessate le "cariche", gli onori. E
l'essere "importante" per qualche cosa attinente
all'attività lavorativa non ha mai rappresentato per me un
fine. Sono ben altre le cose che voglio, altre le cose che davvero
desidero. Pensavo - e penso ancora - che noi tutti avremmo potuto
diventare un gruppo di lavoro caratterizzato dal rispetto reciproco,
dal sostegno che ognuno - nei limiti del possibile - offre a ciascuno
degli altri. Ci pensa già l'Utenza - quell'utenza che
comunque non riesco a trattare male - ad umiliarci con le loro stupide
e irresponsabili richieste. Ci pensano già loro - i pazienti -
a rendere una professione bella come la nostra qualcosa
di talora degradante…
Sono addolorato, davvero. E sono stanco, stanco di chi non capisce un
cazzo (o che fa finta di non capire), stanco di chi si ferma alla
superficie, di chi farfuglia alle spalle.
Dal momento che sono divenuto comunque il Vostro coordinatore, ho
desiderato essere il coordinatore di tutti (o di quasi tutti). Non
sarà possibile? Forse qualcun altro saprà farlo
meglio di me. E questo - sapete - si può davvero fare! Non
avevo mai considerato un vanto esserlo.
Scusate lo sfogo…
Portato al limite di lucidità, il pensiero si oscura, subentra il timore; al passaggio dell'immenso il cuore si smarrisce (Stefano Levi Della Torre)
Sono riuscito a riposare stanotte… nonostante le "stuoie".
Ci si abitua a tutto prima o poi, a tutto, se si desidera poter
continuare a camminare, se non si desidera diventare pazzi. Il sonno
è stato comunque agitato, ma stavolta non dalle chiamate dei
pazienti (bontà loro): ho pensato invece alla morte… che
è come dire che ho sognato una volta ancora la vita. Sono
quei momenti difficili che ci sfiorano al risveglio, quegli attimi
tremendi che bussano violentemente sulla soglia ombrosa della
coscienza quando questa è più vulnerabile, quando ci
troviamo del tutto senza difese, quando abitiamo il crinale instabile del
forse, dell'incertezza, del mistero.
Non ci sono risposte… e non ci sono certezze. Ci sarà mai
un Dio d'Amore che ci cammina accanto? E l'effigie pallida di
quell'amore umano che ci sta davanti - di quell'amore che ogni giorno incrocia
i nostri occhi - ci basterà? E se questo non dovesse bastarci? e se da
nessun'altra parte riuscissimo a trovare quelle risposte che cerchiamo?
Una soluzione adottata dai più è quella di
chiudere le porte, quelle porte che si spalancono sull'eterna
inquietudine dello spirito, su quella tensione che non riesce a
saziarsi mai, su quell'immaginazione che non riesce a dissetarsi dei
soli surrogati dell'infinito, quell'infinito che ci è
negato, quell'infinito che continua ad escluderci.
Se guardo i tuoi occhi ogni cosa sembra finalmente ritornare al posto che le spetta. Ma sono quegli stessi occhi - i miei e i tuoi, quegli occhi che escludono ogni altra cosa che non siano i nostri volti - a riempirsi di lacrime se appena te ne vai. Quello che invece non se ne va, quello che sempre rimane è solo questo amore, quell'amore dove annego ciò che sono e quello che desidererei essere… e dove nascondo quel "sovrumano silenzio" che voglio continuare a chiamare Dio.
Sono 130 giorni che non cavalco più il mio Guerriero: una punizione forse eccessiva autoinflittomi all'indomani di un banale guasto che mi aveva appiedato. Ma oggi "ho deciso" (dove ho già sentito questa espressione?) di aver pagato abbastanza: e così ho chiamato l'Assistenza KTM. Dopo 10 minuti è arrivato il carro attrezzi portandosi via quello che era stato il mio sogno negli ultimi 18 mesi. Che stupido a non averlo fatto prima.
Giornata ordinaria quella di oggi, quasi pallosa. Ambulatorio
al mattino, un salto alle Poste, un caffè al bar, una visita
infruttuosa in Banca. Ho tentato anche di scrivere qualcosa - senza
tuttavia riuscirci - cullato dal tepore di una primavera che stenta
davvero a mostrare il suo volto, quasi si vergognasse del suo terribile
ritardo.
Sono opacato, magari un po' stanco… o forse ho soltanto bisogno di
ricaricarmi dopo giorni e giorni di emozioni intense. E il silenzio che
m'attornia non m'aiuta di certo a ritrovare il sorriso. Eppure sento di
star bene, a parte un leggero mal di stomaco e un inizio frusto di
raffreddore. Perché dunque preoccuparsi? È che ho paura dei
prodromi, di quelle che riconosco come le avvisaglie, le anticipazioni
della noia. E io odio la noia!
Stasera non mi sento proprio in vena di correr dietro alle scie
d'argento dei miei pensieri; e così provo a scrivere
qualcosa non di sostanza, forse per provare a me stesso che talvolta
non è poi così male ad essere banali, scontati,
insulsi, che non è poi così male se si resta a
terra anziché volare. Ma già il fatto di
ragionarci sopra m'insospettisce un poco…
Sto leggendo le lettere che Héloïse scriveva ad Abelardo:
«Rispondimi, se puoi. Sta a me dire quello che penso, e anche
quello che tutti sospettano: a me ti hanno unito i sensi più
che l'affetto, il fuoco della passione, più che l'amore? E
quando ha avuto fine quel che desideravi, con esso è
scomparso anche tutto ciò che ostentavi per ottenerlo. E
questa, mio caro, non è soltanto la mia opinione, ma
l'opinione di tutti, non è personale e privata, ma comune e
pubblica. Vorrei tanto essere la sola a pensarla così, e che
il tuo amore venisse compreso dagli altri, che così
calmerebbero un po' il mio dolore; vorrei tanto poter trovare dei buoni
motivi per scusarti e per dissimulare in qualche modo il disprezzo che
mi riservi».
E ancora:
«Da lungo tempo mi stupisco
nel vederti dimenticare i primissimi inizi della nostra relazione: e
niente, né il rispetto di Dio, né l'amore per me,
né l'esempio dei Padri, ti induceva ad accennare un gesto di
conforto verso di me, agitata com'ero, sopraffatta da un'infinita
tristezza: non una parola quando ero lì, non una lettera
quando ero lontana. Eppure dovresti conoscere bene i tuoi obblighi nei
miei confronti, tanto più che sei legato strettamente a essi
dal sacro vincolo del matrimonio; la tua responsabilità
verso di me ha la misura dell'amore smisurato che, come tutti sanno,
continuo a provare per te».
Di fugaci assaggi spesso ci si accontenta. Ma non era certo questo il sogno di Héloïse… e neppure il mio.
Una settimana fa hanno portato via la mia moto. Ora si trova
ancora in officina, in mani estranee (l'andrò forse a
prendere venerdì mattina)… e non riesco ad impedire che il
mio pensiero corra a lei almeno ogni 10 minuti. Ma si tratta soltanto
di una moto, dirai! Vero, ma - se pur inanimata - è
depositaria di tanti sogni avuti da bambino, sogni che non si spengono
neppure ora che sono un uomo; ad essa ho sempre associato quella voglia
di altrove che, col tempo, ho capito non essere altro che il desiderio
di sentirmi a casa in qualunque posto io fossi. Perdonami se continuo
ad usare una metafora per cercare di spiegare - e spiegarmi - quello
che a breve ti dirò. Dunque, cosa rappresenta per me quel
Guerriero che nel giugno di due anni fa decisi che sarebbe stato mio?
Libertà di essere o - meglio - uno strumento che mi aiuta ad
essere: ad essere libero! Ma libero di far cosa? Di ascoltarmi, di
fare spazio a un silenzio che - insospettatamente - fa emergere
pensieri che profumano come l'aria delle colline in autunno; che mi
permette di continuare a crescere proprio perché m'aiuta ad
accettare che c'è sempre un prezzo da pagare per non
smettere di sognare, per non arrendermi a barriere che vorrebbero
celare per sempre la speranza, il desiderio… e ogni cosa che mi fa
vivere, che mi fa andare avanti nonostante quelle rovine che vorrebbero
rallentare i miei passi. Così "lei" mi dà modo di
ritrovare quei pensieri "perduti" che giornate sempre uguali
potrebbero definitivamente non far emergere. E la musica funziona allo
stesso modo, così che quando mi siedo all'organo so che le
emozioni salgono alla coscienza senza che io mi dia pena di cercarle…
di invocarle.
Alla fine si tratta di desideri e di passioni per cose che voglio che
contino… e per le quali riverso quell'attenzione e quella premura che
mi permette di conoscerle, di amarle. E così è
l'amicizia, e così è l'amore: cose tremendamente
serie, non qualcosa con cui sperimentare, giocare e dilettarmi per
riempire uno spazio vuoto. Forse per la convinzione che l'amicizia sia
qualcosa che ci capita - qualcosa che arriva dall'esterno -
è così difficile l'amicizia… perché
non sempre si diviene consapevoli che per offrire amicizia è
necessario prima averla dentro di sé: essere già,
quindi, nell'amicizia, essere già, dunque, nell'amore. E
quando m'accorgo che per molte persone così non è
- quelle stesse persone verso le quali mi stava portando il cuore - non
bastano parole per estinguere l'amarezza, per cancellare quella
malinconia che nasce da un silenzio divenuto ormai orfano dell'altro.
Ieri mattina, per l'emicrania, non sono riuscito ad alzarmi
dal letto (mi preoccupano questi "assalti" che si fanno via via
più frequenti) tanto che ho dovuto posticipare l'apertura
dell'ambulatorio al pomeriggio. Ora va tutto bene, anche se residua un
po' di stanchezza. È il sorriso a mancare - se proprio devo trovare
qualcosa che non va - visto che oggi già due persone me
l'hanno fatto notare. Ma - dico - si può sempre sorridere?
Sorridere sempre?… anche quando le cose che per me contano sembrano
andare a rotoli? Caso mai - in casi come questo - mi ritrovo piuttosto
a cantare! Ok, da oggi dovrò imparare a smetterla di
piangermi addosso (come recentemente mi ha consigliato un'amica), ma
almeno voglio mantenere la libertà - e l'onestà -
di continuare ad essere trasparente.
Fuori l'aria è tiepida, ma è come se fosse lo spazio
- quello spazio che mi racchiude - ad aver perso un po' della sua
trasparenza…
Ultimamente mi sono accorto di accusare un calo di visus;
così - approfittando del fatto che tra circa un mese
dovrò rinnovare la patente di guida - mi sono recato
dall'ottico nella speranza che un paio di occhiali nuovi possano
ridurre anche la frequenza degli attacchi di emicrania.
Gli occhiali sono una vera figata: in titanio, leggerissimi e quasi
invisibili… per non nascondere troppo quello che ci sta dietro.
Dal barbiere ho trovato ancora chiuso: così rimando a domani
lo sfoltimento della "criniera" che mi ritrovo. Ho studiato Bach per un
paio d'ore - invenzione 14 a 3 voci, qualche contrappunto dell'arte
della fuga e pezzi vari delle suites inglesi e francesi - e infine ho
cenato con mia moglie. È stato soltanto dopo cena che ho iniziato a
sentirmi inquieto; prima, durante la giornata, c'era stata solo qualche
piccola avvisaglia, qualche lacrima… ma niente che mi preoccupasse
più di tanto (sono abituato a sfogarmi piangendo). Invece
stasera continuavo a dirmi: e ora che faccio? con una tensione e uno
smarrimento che mi spaventavano. Ho pensato allora di andare al cinema.
E nel momento stesso della mia decisione ho avvertito che forse avevo
trovato il modo per far defluire l'ansia anche stasera, senza doverla
subire del tutto. Ho visto "Nim's Island", una storia a lieto fine per
quei bambini ai cui fanno male le emozioni troppo forti. E poi Jodie
Foster mi piace un sacco.
Cinque persone in tutto in sala… con un sonoro avvolgente dal quale
mi son fatto trasportare per un paio d'ore. Sono stato bene…

Mezzanotte è arrivata ormai da poco… ma senza ulteriori danni.
Tre garofanini rosa il dono semplice di un'anziana signora per
il suo dottore che, a sua volta, di quei boccioli profumati omaggia una
ragazzina di 15 anni che si sbraccia solo per salutarlo. Mi ha commosso
il sorriso sincero - anche se appena velato di stupore - con il quale
lei ha accolto il suo gesto.
Null'altro di particolarmente significativo da raccontare - o da
ricordare - della giornata di ieri.
Oggi invece siamo stati in spiaggia a farci baciare dal primo sole della stagione. A dir la verità avrei preferito altri - e più succosi - baci, quelli veri (come diceva un'amica di un tempo)… "quelli dove il cuore impazzisce, dove il resto del mondo scompare, dove sei felice. Sei felice? Baci così?". Sì, bacio proprio così. Se sono felice? Beh, diciamo di sì… anche se stasera l'unico fuoco che sento è quello di due orecchie in fiamme.
"Ci sono due lupi che lottano
nel cuore di ogni uomo:
uno è l'amore, l'altro è l'odio.
Quale dei due vince?
Quello che nutriamo di più…"
Ho guardato in faccia
la perversione dell'Io…
e la schizofrenia che ti abita:
e non posso non dire
d'esser stato tentato di nutrire
la seconda bestia.
Come accettare che un giovane ragazzo si ritrovi con un
possibile (visto il quadro tac polmonare) cancro inoperabile? Ci penso
quasi continuamente… e questo pensiero ogni volta mi trafigge il
cuore. E mi chiedo se ce la farò a portare pesi di tal fatta
se ogni cosa bella che penso - e che vivo - sembra irrimediabilmente
inquinata dal male.
E poi i rapporti umani… e tutte quelle stupide paure che impediscono
di poter vivere pienamente il sogno - perché tale
è - di una vita spaventosamente in bilico, in equilibrio
troppo instabile.
Non scrivo nemmeno più… ma so che così facendo
rischierò una dolorosa implosione.
Solo quando cavalco il mio guerriero sembro davvero felice:
perché lui almeno non tradisce, e risponde al mio desiderio
di bellezza senza "porsi" troppe domande… e senza nessun
se. E io lo ripago col mio "bene", quel bene che ricorda un
po' quell'amore smisurato che sento per qualche persona che ha deciso
di avere paura, una paura così grande da non credere neppure alla
possibilità di sentirci un po' vicini, un po' reali… e non
soltanto meteore che si consumano nel fuoco.
Sta suonando proprio ora mezzogiorno… e io mi sto preparando a vivere un altro pomeriggio.
Porta con sé l'estate
l'insistente canto delle cicale.
Non un alito di vento viene
ad agitar le foglie fini
dei pini.
L'aria - fattasi difficile -
s'insinua tra nuvole bianche
di farfalle.
E dove l'erba è più alta
compagine di grilli
alla luna cantano l'attesa
anche delle lucciole.
Solo la realtà è quello specchio che non deforma i corpi in esso riflessi: e io preferirei mille volte un briciolo di realtà a diecimila parole scritte sui muri dell'apparenza… (Sully)

In te trovo la tenerezza, il mistero, la fragilità.
Ma anche la forza. Ma più di tutto trovo in te l'impulso e
la ragione per divenire migliore.
Ci sono persone che ti trascinano solo in basso; ma tu guardi lontano,
e ti piace andare dove anch'io vorrei andare…
Sei sempre stata un'idea nella mia mente, una vertiginosa visione che assomigliava un po' troppo ad un'illusione. Ma tu superi quella visione… e già sei oltre quei sogni che si ha perfino paura di sognare per non morire di nostalgia…
Parole, parole, e ancora parole; parole frutto di rinuncia,
parole figlie del dolore e sorelle del fuoco, dello smarrimento, della
solitudine: quella solitudine che ora mi fa scrivere cose banali solo
per poterti immaginare accanto, qui, stretta vicino a me, mentre mi
ascolti. Ma credici, amare forse è anche questo: fidarsi
senza ragionamenti, senza fare bilanci; amare è pure questa
ingenuità che intende le cose che fai - e la tua vita - come
dono che quotidianamente mi offri, come musica da condividere, da
respirare, da vivere.

Forse saranno solo illusioni: ma so che non mi alzo al mattino senza
che sia tu a svegliarmi, senza che sia tu ad accompagnarmi dove non
scorgo più bellezza, dove non trovo più poesia,
senza quel tuo sorriso che non fa che incollarsi al mio, senza che mai
il pensiero di te e la tua figura smettano di parlarmi…
Ho sempre avuto bisogno di capire - o almeno d'intuire - quali
siano le emozioni che sottendono alle azioni delle persone a cui tengo.
E chiamalo poco questo, dirai tu! Che vuoi che ti dica? Che a me non
piace far le cose tanto per fare; ed è da qui che nasce -
credo - il mio bisogno di sapere. E fintantoché non
comprendo divento nervoso. Quindi ti penso… e divento nervoso; ti
guardo… e divento nervoso ancor di più! Vorrei conoscerti
un tantino meglio, e scoprire i tuoi pensieri più intimi -
magari potremmo anche farci qualche risata… così, tanto
per sdrammatizzare ciò che di solito spaventa la gente.

Ho scelto di fidarmi di te nel momento stesso in cui ho iniziato a
confidarti cose personali e intime, cose che non potrei raccontare a
chiunque. E sono divenuto esplicito perché non esiste altro
modo per rompere quella barriera che sempre divide una persona
dall'altra fintantoché un'amicizia non nasca. In definitiva
mi sono compromesso, e sono divenuto fragile - lo si diventa sempre
quando ci si racconta - perché tengo a te… e
perché mi piaci. Ma ora desidererei che pure tu fossi
esplicita, senza minimamente pensare alle conseguenze che potrebbero
suscitare in me le tue parole; l'unica conseguenza, infatti, resterebbe
questo bene che ti voglio.

Spero tu sia riuscita a capire che è l'intimità
ciò che desidero, quel legame che nasce da chi condivide
insieme la vita della mente. Tutto il resto potrà - o meno -
nascere: ma il vero miracolo resta la trasformazione interiore che
scaturisce quando una comunione di tal fatta diventa possibile.
Il dubbio? Che tu non voglia tutto questo! Ma se un poco tu mi conosci
saprai che da questo dubbio nasce anche la mia resa. Non ci
sarà infatti nulla di male a dire "no, grazie…": amici si
resterà sempre comunque, soprattutto dopo aver condiviso
quello che insieme abbiamo condiviso.
Troppo articolato il discorso? troppo oscuro? Forse sì…
ma spero che saprai lo stesso capirne il senso.
L'infinito è ingenerato e incorruttibile: ciò che nasce e muore è limitato, e pertanto ciò che sta al di fuori di ogni limite non nasce, non muore… e non invecchia (Aristotele)
È ormai scientificamente assodato che non ci sarà
un secondo Big Bang, non un altro dopo il primo. Da quel fatidico
evento avvenuto 13,7 miliardi di anni fa l'universo non fa che
espandersi, e lo fa con un'accelerazione e un'energia cinetica tali da
superare in ogni momento quella forza gravitazionale che sarebbe
invece necessaria al suo contrarsi.
A questo punto sorge la domanda: se la "ciclicità" e il
"contrarsi" del cosmo sono ipotesi ormai infondate, e se l'attuale
espansione dell'universo - come prevede il modello con la costante
cosmologica - finirà con un sospiro, chi ci
parlerà ancora di eternità?
Certo, i tempi di "spegnimento" saranno piuttosto lunghi, ma tra
100.000 miliardi di anni - quando anche l'ultima stella si
sarà spenta - sarà la fine della luce e, con
questa, anche della vita.
Un universo dunque finito, determinato, programmato a morire… come
questo Sole che tra 5 miliardi di anni - dopo essersi prima espanso
diventando una gigante rossa - esaurirà del tutto la sua
energia. Nel frattempo la Terra avrà cessato già
da un pezzo di essere quella culla della vita che noi tutti conosciamo.
Ora rimane semmai il problema dell'inizio. Come è potuto
avvenire? E se è vero l'assioma (di filosofica memoria) che
"dal nulla non si genera nulla" che cosa ha portato la materia (che per
forza di cose doveva già esistere) ad addensarsi al punto
tale da determinare quell'evento cosmico, quell'incipit, che conosciamo
come Big Bang?

Se "tutto scorre" - e se ogni cosa finisce - da dove nasce
allora l'idea del "sempre" che mi abita? Da dove scaturisce la visione
di un amore che permane? di un amore che alimenta se stesso pur di non
morire? Da dove la vertiginosa illusione che
l'incorruttibilità di un cuore innamorato possa prevalere
- e vincere - sulla necessità del finire?
Cara amica,
con te io ho dovuto apprendere - e ad imparare nel tempo - la pazienza,
ma non senza sforzo e - qualche volta - sofferenza. Se all'inizio i
tuoi silenzi non li avevo proprio accettati, col tempo ho imparato
prima a subirli senza che facessero troppo male, poi a digerirli, e
alla fine - anche aiutato dalle tue spiegazioni - a capirli. Ma non li
ho mai del tutto giustificati.
Nonostante i miei sforzi dialettici - forse talora un tantino
retorici - non credo tu sia riuscita del tutto a capire ciò
che rappresentava - e rappresenta - il fatto che tu ci sia per me,
anche solo in un modo apparentemente così evanescente. Forse
però sono soltanto io ad essere un po' particolare, o magari
sono soltanto gli anni che mi ritrovo sul groppone a farmi vedere le
cose in un'ottica meno drammatica di quella che sembra essere la tua.
Ieri, parlando al telefono con un'amica, pensavo a come sarebbe bello
poter risparmiare ai propri figli (e ai giovani in particolare) quei
disagi che costituiscono il fardello quasi obbligato di ogni vita che
s'accinge a costruire il proprio futuro. Ma nello stesso tempo in cui
faccio questi pensieri sono altrettanto consapevole quanto tutto questo
rappresenti purtroppo un'illusione: perché non si
potrà mai vivere la vita di un altro, e non si
potrà costruire la propria storia senza quei dubbi, senza
quegli sbagli, senza quei disagi e quelle angosce che caratterizzano
quella che sembra essere per davvero l'età di mezzo.
Come sto mia cara? Un po' spento, mi manca quell'entusiasmo
che anche tu sembri cercare; per il resto non mi
posso proprio lamentare. E il Sito credo rifletta un tantino questo
stato di stanchezza interiore che mi ritrovo a subire.
Il fatto è che non voglio subire - proprio non posso -
quella che oserei chiamare "depressione"… perché ne va
della mia gioia. Così ora devo sforzarmi per non dimenticare
quest'ultima; ma è mia ferma intenzione "ricostruirla" quanto prima
quella gioia… con tutte le forze che mi restano. E pensare che talora
basta così poco a ritrovarla… come quando arriva - inaspettato -
un pensiero davvero gentile da una persona a cui vuoi un sacco di bene.
Visto che adesso non sei piccola - ma già sei
cresciuta - non farti spaventare troppo da quello strano gioco che
è la vita. Come dice Richard Bach dobbiamo imparare a
giocare con il tempo e la vita per il semplice gusto di vivere,
viaggiando alla scoperta delle cose del mondo, per capirle. E di tanto
in tanto - chissà - anche noi c'incontreremo… come ogni
buon amico che si rispetti.
Tuo…
È praticamente impossibile che non ci sia una forma di vita su un altro pianeta; è praticamente impossibile che veniamo in contatto con essa, perché la frazione del tempo dell'universo che percorriamo e la percentuale di spazio che possiamo "vedere" sono infinitamente piccole rispetto al tempo dell'universo e alla sua estensione (Margherita Hack)
Nell'estate del 1977 un messaggio dell'umanità
viene affidato ad un disco analogico in rame placcato d'oro contenuto
in una scatola di alluminio anodizzato e posto all'interno di una delle
due sonde spaziali gemelle Voyager. Anche se l'obiettivo primario della
missione resta lo studio e l'esplorazione dei confini esterni del
Sistema solare e oltre, l'intento è anche quello di porre le
basi per un'eventuale futura comunicazione con forme di vita
intelligente extraterrestre.

L'idea ha del meraviglioso, ed è semplicemente grandiosa
nella sua valenza e carica emozionale. Razionalmente parlando,
però, sarà praticamente impossibile che l'oggetto
in questione - anche nella remota possibilità che possa
venire davvero intercettato - giunga a destinazione in tempo utile…
utile per noi.
Ma veniamo al contenuto del messaggio: suoni, immagini, algoritmi
fisici, musica. Saluti in 54 lingue diverse e suoni di natura: il
cinguettio di un passero, il canto di una balena, un fuoco
scoppiettante, un tuono e un bacio materno. E poi diagrammi del Dna e
del sistema solare, foto di città e metropoli, opere
architettoniche, uomini a caccia, madri che accudiscono neonati,
bambini che contemplano un globo, immagini di sport. E musica: quella
di pigmei e di navajo, cornamuse, chitarre, e Bach… e Mozart.
Ero ancora un ragazzo quando venni a conoscenza di questo
entusiasmante progetto. Allora però non potevo certo sapere
quanto avrei pianto un giorno pensando al significato di un'idea come questa,
e che cosa tutto questo rappresenti per l'uomo e per l'umanità.
È come un viaggio nella coscienza, un viaggio nell'immaginario
collettivo di una moltitudine di popoli diversi che, per un attimo,
hanno saputo distogliere lo sguardo miope dalle ristrettezze di una
realtà che ci limita - pur se bella e affascinante - per
affondarlo invece in un universo che ci soverchia e ci confonde coi
suoi spazi e tempi incommensurabili, spazi e tempi che non potremo mai
- se non marginalmente - riuscire a capire, a conoscere.
A volte penso che - pur consapevole di essere egocentrico e presuntuoso
- siamo noi a rivestire di senso l'universo, di dare ad esso un
significato di pienezza che non può che nascere dal senso di
meraviglia e di stupore di fronte alla bellezza che ci circonda.
È il mistero dell'amore che ritorna a visitarci, che ci conduce nei
territori e nelle regioni della memoria e del pensiero, di quell'amore
che ci cambia e ci riempie tutti quanti di speranza. Ed è
ancora l'amore che ci fa desiderare di andare oltre, che ci fa parlare
con l'Altro anche se non dovessimo sentire di credere fino in fondo che
l'Altro possa esistere.
Se soltanto lo vogliamo sappiamo essere così visionari noi umani, così ricchi d'immaginazione! E - chissà - forse non esiste altra via che possiamo percorrere che ci avvicini maggiormente alla gioia più di questa.
Sento il tuo disordine
e lo comparo al mio. C'è
somiglianza. C'è lo stesso slabbro
di ferite identiche. C'è tutta la voglia
di un passo largo in una terra
sgombra che non troviamo.
Sento il tuo respiro schiacciato
lo sento somigliante
ti sento piano morire
come me che non controllo
l'accensione del sangue.
Anch'io cerco una libertà che mi
sbandieri, una falcata
perfetta, uno stacco d'uccello
dal suo ramo, quando si butta
improvviso e poi plana.
Mariangela Gualtieri
In questo momento so di essere un groviglio di tenerezza.
Approfitto di quest'attimo - prima che la parte mia più
lussuriosa prenda il sopravvento - per cercare di raccontare a me
stesso ciò che tu stai diventando per me.
Eri all'inizio solo un pensiero nella mia mente, un'emozione che
fluttuava solitaria nei suoi infiniti meandri accendendo tutto quanto
di desiderio. Eri pura immaginazione, e tormento infinito. Ti avevo
cercata in ogni dove spinto dalla speranza che prima o poi ti avrei
riconosciuta, tu… inconsapevole di me, di noi, e di ciò
che saremmo potuto diventare insieme uno per l'altra.
Ora tu hai preso forma, e un profumo hanno ora i tuoi capelli, e un
timbro la tua voce, miriade di gesti, di odori, di suoni attesi per
lungo tempo.
Eppure a volte penso ancora di sognare quando ti guardo e vedo che
un'emozione simile si sta affacciando anche nei tuoi occhi.
Seduto qui, sul crinale del monte, mi metto a pensare… E mentre osservo già un pallido sole che se ne va a dormire mi chiedo se potrò permettere che tutto questo mi sconvolga una volta ancora.
Di fuoco e di vento i pensieri,
di nuvole di colori dove si perdono
le farfalle,
di mattini freddi di rugiada,
di luminosi tramonti
dove si nascondono i sogni
più belli.
E in un impasto di terra e di sangue
incauti sfidano il non conosciuto
pur di rivestirsi del suo mistero.
Desideravi ti scrivessi perché c'era una bellissima
tua ad attendermi? L'ho letta proprio adesso, ora che mi stavo accingendo
a rispondere alla tua richiesta.
Sai? Ho deciso di regalarci una stella. Prima di te - prima di noi -
non l'avevo manco mai pensato. Ma come - e quale - scegliere?

La nostra stella si chiama "Aldebaran", la stella più
brillante della costellazione del Toro (per farti capire, il "Toro"
è subito in alto e a destra di Orione).
Il nome di questa stella deriva dalla parola araba "al-Dabaran"
(l'inseguitore) in riferimento al modo in cui essa sembra inseguire
l'ammasso delle Pleiadi nel loro moto notturno. Aldebaran è
una gigante rossa, il che significa che è di colore
arancione, e molto grande. Dista da noi circa 65 anni luce (un sacco,
ma non poi così tanto) ed è circa 150 volte
più luminosa del Sole; ma è una stella morente,
una stella che sta esaurendo il suo ciclo vitale.
Ma perché scegliere proprio una stella morente?
Perché essa non ha più nulla da perdere e,
proprio per questo, non trattiene nulla per sé donandosi
totalmente. Questo me la rende simpatica, essenziale, poiché
la ragione del suo esistere sembra quasi essere metafora di quello che
io intendo per amore. E dunque poco importa se, donandosi in questo
modo, concluderà prematuramente la sua esistenza.
Comunque, astrologicamente, Aldebaran è una stella fortunata, una stella che porta ricchezze ed onori. Era, insieme ad Antares, Regolo e Fomalhaut, una delle quattro "stelle reali" degli antichi Persiani.
Vanità delle vanità, dice
Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è
vanità.
Quale utilità ricava l'uomo da tutto l'affanno
per cui fatica sotto il sole?
Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
Il sole sorge e il sole tramonta,
s'affretta verso il luogo da dove risorgerà.
Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta
i fiumi riprendono la loro marcia.
Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l'occhio di guardare
né mai l'orecchio è sazio di udire.
Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c'è niente di nuovo sotto il sole.
C'è forse qualcosa di cui si possa dire:
«Guarda, questa è una novità»?
Proprio questa è già stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.
Qoèlet (1,2-11)
"Non si sazia l'occhio di guardare, né mai
l'orecchio è sazio di udire"… così me ne sto
appollaiato sulla cime dei monti ad osservare i miei colli, ma con la
chiara consapevolezza di essere partecipe di questa bellezza ancora per
poco tempo. Consapevolezza che, per fortuna, non sempre mi abita,
almeno non in questo modo, non così dolorosamente. Eppure se
non fosse per questi brevi momenti di smarrimento so che non saprei
piangere per uno squarcio di cielo dove ancora è possibile
perdersi, che non saprei emozionarmi se il vento mi scompiglia i
capelli e se una musica sublime mi risuona dentro.
Se tutto quanto passa perché dunque affannarsi?
Perché restare aggrappati a ciò che,
ostinatamente, crediamo eterno? Ma non è forse eterno un
sorriso quando il cuore che lo dona rimane sincero? Non è
forse un "sempre" quando il cuore, pur se tradito, continua a
sussurrare un "ti amo"? quando, pur se ferito, non riesce a non
continuare ad amare?

Scrivo adesso, ma so come non sia il solito Sully a farlo,
non quello di un tempo, non il Sully che s'emozionava per un nonnulla,
non il Sully che credeva non ci potesse essere un "forse" se una promessa
nasceva.
No, non è quel Sully che sta scrivendo ora, ma un
Sully diverso, un Sully che nostalgicamente desidererebbe far rivivere
l'altro senza crederci per davvero. Meglio rassegnarci dunque,
e abbandonare ogni gesto ed ogni pensiero che abbia anche
solo il potere di ricordarlo.
Il "tutto ritorna" e il "ciò che è stato
sarà" del poeta biblico evidentemente valgono per ogni cosa…
tranne che per l'uomo.
Si tratterà soltanto d'imparare ad accettarlo.
Sully
Testi presenti in Diario Intimo di Sullivan.sw